
Lasciamo perdere gli sgrammaticati e sbracati interventi sui social, ormai dovremo abituarci a visionari, complottisti, ignoranti, allarmisti con diritto acquisito d’accesso alla comunicazione via social. Dovremo anche essere bravi a separare il grano dal loglio, acquisendo maggiore informazione e consapevolezza: del resto, a dirla con il Sommo Poeta, fatti non fummo “per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”…
Che ci sia una ventata di furti in abitazioni sembra evidente; sia in città che in provincia. Anche se certi fatti vengono evidenziati proprio perché si verificano in un’area tutto sommato risparmiata finora da episodi eclatanti.
In certi quartieri metropolitani è diverso, si tratta di eventi che si verificano molto spesso. Il
tentativo di rapimento dei bambini è più raro, direi rarissimo. Piuttosto, in alcune grandi città italiane adesso “va di moda” rubare cagnolini di valore – chihuahua, pomerania, maltesi, barboncini – da rivendere sul mercato nero dopo aver strappato loro il microchip.
Derubricato a episodio di disturbo mentale e sociale il recente tentativo di impossessarsi di un bambino a Piazza del Plebiscito, va menzionata l’abitudine di rafforzare l’attenzione quando in città arrivano un Circo o le Giostre. Come i rom, anche i giostrai sono visti spesso con diffidenza; è un pregiudizio di antica origine, legato a epoche d’altri tempi in cui la correlazione poteva anche avere un fondamento. Oggi giostre e circhi sono imprese molto attente – sono anche sottoposte a molti controlli – che avrebbero tutto da perdere ad assumere potenziali ladri.
La microcriminalità è tuttavia un fenomeno urbano che va preso in seria considerazione. Dal vandalismo al furto. La complessità della vita urbana produce una giungla di problemi, comportamenti, condizioni, soprattutto emarginazioni, dipendenze crescenti, che andrebbero affrontate con maggiore sistematicità e prevenzione, coinvolgendo non solo le istituzioni ma anche le associazioni per creare condizioni di vita migliori.
Si è detto spesso che, ad esempio, quella microcriminalità che si diffonde tra gli immigrati andrebbe combattuta evitando di creare ghetti urbani e sociali dove costoro devono adattarsi alla sopravvivenza in ogni modo, lecito e, più spesso illecito, che sia. Le risposte sono due: si diceva, la prevenzione, che è strategia di lunga durata, esige politiche sociali illuminate, impegnate e impegnative, ma è un imperativo di natura etica ed è quindi irrinunciabile.
L’altra risposta invece è il controllo attivo, cioè non solo la capacità di osservare cosa accade ma anche di intervenire direttamente e risolutivamente. Se nel primo caso, come si diceva, sono le istituzioni e l’associazionismo a dover intervenire per migliorare i meccanismi sociali, nel secondo è terreno quasi esclusivo delle forze dell’ordine, a cui è demandato il compito di una sorveglianza di natura sostanzialmente repressiva.
Terreno “quasi” esclusivo, perché la sorveglianza di vicinato a cura dei cittadini, condotta secondo la legge, va comunque resa effettiva, nel quotidiano, e non solo nelle parole e nei proclami. Si consideri che se la microcriminalità è in aumento, questo dipende anche dal fatto che la gente non si guarda intorno, si disimpegna dalla socialità, si disinteressa del prossimo, senza rendersi conto che così facendo non tutela il diritto reciproco alla privacy, che è ben altra cosa, ma si isola, crea spazi di deserto sociale dando una mano agli avventurieri.






















