Quei falsari dell'etrusco che gabbarono il Metropolitan Museum di NY
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Una "premiata ditta" di falsari che dalla Tuscia e dalle terre confinanti riuscì a mettere in piedi una truffa di falsi "guerrieri etruschi" con cui gabbare il Metropolitan Museum di New York.

Quella famiglia di “artisti” che dal Viterbese riuscì a gabbare il prestigioso Metropolitan Museum di New York vendendogli dei guerrieri etruschi falsi.

Questa è la storia della “premiata ditta Riccardi”. Siamo alla fine dell’Ottocento e due fratelli, Pio e Alfonso, sbarcavano il lunario facendo gli orafi da fiera. La loro specializzazione era la realizzazione degli orecchini che i borghesi avevano in uso regalare alle balie per ogni figlio allattato.

Più tardi si dedicarono a rimettere insieme piatti di maiolica, del quindicesimo e sedicesimo secolo, recuperati pezzo dopo pezzo dal pozzo del carcere di Acquapendente.
Piatti che oggi è possibile trovare in diversi musei del mondo, tra cui il Victoria and Albert di Londra. Ma la famiglia Riccardi fece un salto di qualità con l’ingresso nel “mestiere” dei figli di Alfonso. E l’uomo della svolta fu Riccardo che portò nella società l’ex sarto Alfredo Fioravanti.

Siamo negli anni che precedono la prima guerra mondiale, quindi nei primi del Novecento. E sul mercato dell’arte antica tiravano parecchio gli etruschi. Così i Riccardi e il Fioravanti realizzarono un guerriero etrusco.

Non fu un lavoro di fino, tutt’altro. Alla fine della lavorazione il risultato apparve piuttosto bizzarro. Non avevano la più pallida idea della lavorazione delle terrecotte da parte degli etruschi e improvvisarono. Per dare un dettaglio un braccio non riusciva a sostenere lo scudo, per la pesantezza del materiale, e decisero di amputarlo.

Ma gli venne in soccorso la rete dei traffici clandestini a cui seppero agganciarsi. Il guerriero venne acquistato da Gisela Richter, all’epoca direttrice della sezione d’arte greca e romana del Metropolitan. Il canale sul mercato passava per un mercante romano, Pietro Stettiner, e un esperto amatore americano espatriato in Italia, John Marshall, di cui i musei americani si servivano per i traffici clandestini.

L’affare era fatto e ne seguirono altri. Nell’ordine: una grande testa e una gigantesca statua di Marte. Anche questa acquistata dal Metropolitan per la grossa cifra di 40mila dollari. Correva l’anno 1921 e si trattava di una grossa cifra.

Gli esperti del Metropolitan non si erano accorti di nessuna anomalia, nemmeno dello strano piedistallo su cui poggiava la statua e che nessun etrusco avrebbe mai realizzato. Seguirono altri acquisti, soprattutto di guerrieri etruschi.

Le statue sono state esposte insieme nel 1933. Negli anni successivi, vari storici dell’arte, soprattutto in Italia, suggerirono che potevano essere false, ma non non c’era nessuna prova forense per sostenere una simile accusa.
Un esperto successivamente ha trovato questi pezzi autentici. Nel 1960, test chimici degli smalti hanno mostrato la presenza di manganese, un ingrediente che gli Etruschi non avevano mai usato.

Il Museo non era convinto fino a che gli esperti compresero come era avvenuta la fabbricazione, fatto confermato da Alfredo Fioravanti, che il 5 gennaio 1961, entrò al consolato americano a Roma e firmò una confessione. I falsari non avevano le competenze – e un forno molto grande – necessari per realizzare pezzi così grandi.

Così erano stati prodotti frammenti “scoperti” e venduti, poi ri-assemblati (“restaurati”) poi rivenduti. Come prova, Fioravanti presentò un pollice mancante del vecchio guerriero, che aveva conservato come ricordo.

Il 15 febbraio, il Metropolitan Museum ha annunciato che le statue erano falsi.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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