
IL PUNTO DI VISTA – Visto che a Viterbo si parla sempre più spesso – e per fortuna – di cultura, ritengo che sia giunto il momento di fornire del concetto una definizione risolutiva e condivisa, per non generare equivoci.
Il termine deriva dal latino “colere”, coltivare, e oggi viene inteso come “coltivazione” del sapere. Ciò significa che il sapere è un bene che può essere coltivato, quindi perfezionato, fatto crescere, evolvere, migliorare. Ne consegue un PRIMO AVVISO: la cultura non è una, quella e non altre, la cultura cambia nel tempo fisionomia, caratteri e prospettive. Ovvero, che è figlia della storia e muta assieme ad essa.
La cultura è quindi un patrimonio di conoscenze, di creazioni intellettuali e manuali proprie dell’Essere Umano, del suo ingegno e della sua personalità. Con la cultura cresce l’umanità dell’individuo, si affinano la sua intelligenza, il suo sapere, quindi anche l’etica, cioè il complesso dei principi comportamentali della convivenza umana.
La cultura non è mai semplice erudizione, mero compiacimento intellettuale, ma è saper utilizzare le conoscenze. E questo è il SECONDO AVVISO. Le manifestazioni della cultura sono molto numerose. Ce ne è di letteraria, musicale, artistico-figurativa, storica, filosofica, religiosa, scientifica, tecnologica, artigianale, folclorica, enogastronomica, ambientale, ecc.
Ciò significa che prioritariamente il termine cultura indica, secondo l’insegnamento delle scienze antropologiche e sociali, “l’insieme di valori, principi, simboli, concezioni, credenze, espressioni e modelli di comportamento e attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale”.
Ne consegue un TERZO AVVISO: che la cultura non è assolutamente soltanto quella classica, artistico- letteraria e musicale che tradizionalmente si considera nel linguaggio e sovente nelle scelte individuali, collettive e istituzionali. Questo equivoco ci proviene da una tradizione sostanzialmente discriminatoria e sovente socialmente classista che individuava nella cultura soltanto gli itinerari intellettuali più raffinati e creativi di gruppi e individui illuminati da particolare sapienza e sensibilità interiore.
Secondo questa visione le fonti della cultura debbano essere considerati prioritariamente i circoli intellettuali, i licei classici, le facoltà umanistiche, il genio dello scrittore, dell’artista e del musicista. Soprattutto in Italia, resta diffusa l’idea – mutuata da una lunga tradizione e rafforzata da Benedetto Croce – che scrittori, poeti, pittori, scultori e filosofi siano persone di cultura – mentre scienziati e inventori, ma anche abili artigiani, siano sostanzialmente dei “vili meccanici”, per dirla con il linguaggio rinascimentale che ci trasmette il Manzoni a proposito di Ludovico-Fra Cristoforo.
Al contrario, facendo debito conto della sua “vera” definizione, la cultura non la trovi solo nell’arte e nella filosofia, ma anche nella scienza, nelle tradizioni folcloriche, negli usi di una comunità o di una etnia, o ancora in una concezione ideologica e politica (si pensi alla “cultura woke” di recente emersione, che la si apprezzi o la si combatta).
In ogni caso, la cultura va “comunicata”, “narrata”, valorizzata in tutte le sue componenti, perché come prodotto umano si presta anche ad essere sfruttata nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile. Il progetto culturale di una amministrazione, insomma, non può prevedere solo concerti e recite a teatro e in piazza, dotte conferenze, mostre d’alto lignaggio artistico. Deve sostenere anche le altre componenti: siano esse tradizioni folcloriche, storie e leggende popolari, patrimoni enogastronomici, attività ambientali e sportive consolidate. Dopo di che, va chiarito che una eventuale distinzione fra alta cultura e cultura popolare non ha significato gerarchico, ma puramente classificatorio, un po’come oggi avviene per distinguere la musica classica, quella operistica e quella rock/pop, tutte fonti di elevatissimi valori culturali (sicché sia il cultore di musica classica che mostrasse intolleranza per le canzoni di Lucio Dalla, sia l’amante del rock che ripudiasse Vivaldi sarebbero solo due mentecatti).
Quel che conta è il significato che si vuole attribuire all’opera creativa: anche San Pellegrino in Fiore può essere concepito come discorso sulla cultura del verde, del colore e del paesaggio, oppure come una più semplice, ed economicamente attraente, mostra florovivaistica di sapore prettamente commerciale.
Detto tutto ciò, resta imprescindibile la clausola che certe manifestazioni culturali hanno senso solo se vengono gestite con competenza e professionalità, e non sotto forma di un mero esercizio spontaneo di buona volontà. E questo è il QUARTO AVVISO. Nel XXI secolo, dove scienza e cultura costituiscono un unico patrimonio di conoscenza, l’improvvisazione non è ammissibile, crea solo precarietà e marginalità. Non fosse altro perché le attività culturali, promozionali, le narrazioni insomma, si susseguono sempre più diffuse, più ricche, più creative e ambiziose: così la competizione per emergere, per dire qualcosa di nuovo e di sostantivo si fa sempre più dura e l’asticella della qualità e della attrattività si dispone sempre più in alto. E si vince con i Tamberi, non con qualche improvvisato saltapicchio di buona volontà…
Fare non basta. Occorre saper fare.
Se non si entra rapidamente in questo ordine di idee, temo che la pretesa di fare di Viterbo una città capitale della cultura resterà un improbabile sogno e ci si dovrà rallegrare di continuare a raccogliere le briciole dei successi altrui, di chi non cammina, ma ha imparato a correre.


















