
Quartieri dell’Arte, una finestra da cui passano le eccellenze della letteratura mondiale e italiana. Nei diciannove anni del Festival si è creato un legame molto forte tra Qda e i grandi premi e le più importanti figure della letteratura mondiale.
Un rapporto che comincia almeno dal 2001, quando visita per la prima volta il festival viterbese Jon Fosse, da alcuni anni candidato al Nobel e considerato in Norvegia l’erede di Ibsen (attualmente risiede per concessione del re nella dependance del Palazzo Reale di Oslo).
Quartieri dell’Arte fu il primo festival a portare in Italia Jon Fosse, oggi venerato come uno degli autori più importanti della scena mondiale da tutta la comunità teatrale italiana. La scrittura di Fosse è una scrittura delle pause, perché il grande drammaturgo considera la pausa che sta tra due parole molto più importante delle parole stesse. Chiaramente la sua visione e la sua forma di scrittura hanno a che fare con una visione della soggettività che è un ibrido tra psicologismo tradizionale e nuove teorie.
Parlando sempre di nuove teorie della soggettività vale la pena ricordare la visita a QdA nel 2006 del Burgtheater di Vienna (una delle compagnie teatrali più antiche del mondo- allestì Mozart quando il grande compositore era ancora in vita, in sua presenza). Il blasonato teatro viennese, arrivò per la prima volta in Italia in un territorio che non fosse l’Alto Adige, con l’allestimento di “Jackie” di Elfriede Jelinek, premio Nobel per la letteratura nel 2004, che concepisce la soggettività come collisione di superfici linguistiche e che a Viterbo fu proposta con la sua ormai leggendaria trasfigurazione teatrale del personaggio di Jacqueline Kennedy Onassis.
Nel 2005 fu la volta del premio Pulitzer Doug Wright, grande sceneggiatore e script doctor del cinema americano e , messo in scena, a Palazzo dei Priori, in un confronto tra sistemi teatrali, dal regista hollywoodiano David Warren e da un allora emergente Pierpaolo Sepe.
Parlando di Tony Award, l’equivalente dell’Oscar nel teatro, vengono in mente la rappresentazione in prima mondiale di ‘Ode dell’East Coast a Howard Jarvis’ di Tony Kushner (sceneggiatore di Spielberg, pure candidato all’Oscar), nella messa in scena di Monica Nappo del 2002; ‘Scartate le caramelle’ di Doug Wright e le varie prime italiane di opere di Dennis Kelly messe in scena alla presenza dell’autore a Quartieri dell’Arte.
Martin Crimp, uno dei più grandi innovatori del teatro fece visita al festival nel 2007, tenendo un’avvincente conferenza sulla riscrittura del classico insieme al critico di Repubblica Franco Quadri. Mentre nella stessa edizione Alessandro D’Alatri portava in scena Gabriel Garcia Marquez.
Questo per non citare gli autori italiani vincitori dei maggiori premi nazionali: Alessandro Baricco, Walter Siti, Valerio Magrelli, Tiziano Scarpa, Vincenzo Latronico. Tutti rappresentati in prima assoluta a Quartieri dell’Arte.
Adesso è la volta di Amos Oz, che è uno degli autori politicamente più attivi; la sua scrittura rappresenta una sfida costante alla retorica ed è in grado di rappresentare una delle visioni più lucide del conflitto israelo-palestinese. Una visione scevra da buonismi, fanatismi e da frasi fatte.
Autori anche molto diversi tra loro che però sono tenuti insieme da un filo rosso. Quale sia lo dice bene il direttore artistico di Quartieri dell’Arte Gian Maria Cervo: “Sono tutti portatori di una visione nuova della scrittura teatrale. Molti di loro sono romanzieri e credo che il motivo per cui QdA li porti in scena, soprattutto quando si parla di romanzieri italiani, è il fatto che la storia del teatro italiano è tutta caratterizzata da un costante affacciarsi di figure provenienti da altre discipline al teatro. Non so se questa sia ancora una linea forte nel percorso della scrittura italiana ma se negli anni abbiamo scelto il filosofo Toni Negri, la sceneggiatrice Linda Ferri e il romanziere Walter Siti come autori di testi teatrali è stato proprio per indagare questa importantissima tradizione che comincia come minimo da Niccolò Machiavelli. Poi è anche vero che ci sono straordinari drammaturghi puri nella storia del nostro teatro che sono pressoché ignorati dai nostri registi: Pietro Aretino e Vittorio Alfieri su tutti”.


















