Quando la Macchina non è partita il 3 settembre: una storia di rinvii, percorsi anomali e bombe inesplose
Macchina
Gli Stati Generali La Fune
Nel 1799 è la morte di papa Pio VI a far attendere, anche in questo caso si attese il 27 ottobre.

SPECIALE SANTA ROSA – Il 3 settembre per i viterbesi è una data sacra, incisa nel DNA e nel calendario del cuore. Eppure, sfogliando i vecchi annali e la storia profonda della festa patronale, si scopre che la tradizione della Macchina di Santa Rosa non è sempre stata una linea retta tracciata con la svizzera precisione del “Sollevate e fermi”. Tra maltempo flagellante, epidemie, stravolgimenti logistici e persino minacce anarchiche, il Trasporto ha conosciuto deviazioni e rinvii imprevisti che ne raccontano la resilienza.

Nel XVII secolo non si andava troppo per il sottile con la sicurezza: nel 1686, causa un maltempo flagello che non dava tregua, la prudenza impose di rinviare la festa a oltranza. Risultato? I facchini portarono la Macchina solo il 27 ottobre. Stessa identica data nel 1799, ma questa volta a fermare gli ingranaggi fu la morte di Papa Pio VI.

Non solo il meteo o la politica papalina, ma anche i grandi flagelli sanitari hanno sbarrato la strada a Santa Rosa. L’epidemia di colera che devastò Roma e Viterbo nel 1837 impose lo stop totale del rito, un blocco doloroso che si sarebbe purtroppo ripetuto quasi cinquant’anni dopo, nel 1884.

E che dire dei percorsi? Quelli che oggi sembrano tragitti immutabili hanno subito continue modifiche nel corso dell’Ottocento. Dal 1842 al 1845 l’arrivo della Macchina fu spostato a piazza della Rocca per via dei grandi lavori di restauro alla basilica della Santa. Nel 1846, invece, la sosta finale toccò a piazza della Vittoria, che all’epoca tutti chiamavano ancora con il nome popolare di “piazza dell’Oca”.

I rinvii causa meteo restano comunque un grande classico della cronaca viterbese.

1862: Una bufera di pioggia imponente costrinse a far slittare il Trasporto al 7 settembre.

1867: L’anno dei moti garibaldini vedeva Viterbo in fermento; prima la politica rinviò l’evento al 17 novembre, poi il maltempo ci mise lo zampino costringendo a un ulteriore slittamento al 21 novembre.

1878: Il Trasporto slittò al 5 settembre a causa del vento forte che soffiava sul centro storico.

1885: La Macchina arrivò a destinazione il 3 settembre, ma un acquazzone dirompente la danneggiò pesantemente subito dopo il posizionamento davanti al Santuario.

Ma nella memoria storica c’è una data che risuona quasi come un prodigio provvidenziale: il 3 settembre 1893. Un nubifragio scrosciante impedì la partenza della Macchina. Quella che pareva una giornata sfortunata si rivelò una benedizione: poco dopo si scoprì infatti che un gruppo di anarchici aveva progettato un attentato, con l’intenzione di lanciare bombe contro la Macchina per chiedere la liberazione di un compagno incarcerato. Il diluvio salvò la festa e la città da una potenziale tragedia.

Il Novecento ha portato con sé il buio e le ferite della Seconda Guerra Mondiale, che bloccò le celebrazioni per anni. Nel 1946, con la città ancora in ginocchio e la zona di San Sisto ridotta a un cumulo di macerie dai bombardamenti alleati, la partenza fu eccezionalmente spostata a piazza Fontana Grande.

In tempi più recenti, la storia della Macchina si è arricchita del celebre “allungo”. La prima volta su via Marconi avvenne nel 1952. Un’eccezione diventata evento raro e attesissimo: è stata replicata nel 2014 per festeggiare il prestigioso riconoscimento UNESCO alla rete delle Grandi Macchine a Spalla, nel 2016 per l’Anno Santo e tornerà a ripetersi anche quest’anno, a dimostrazione di come la tradizione sappia rinnovarsi senza mai perdere la propria anima.

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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