

IL DOMENICALE – Se dovessimo credere alle antiche cronache viterbesi, prima dei Papi, prima del conclave e molto prima della Viterbo medievale che conosciamo, da queste parti sarebbe passato Ercole. Non un Ercole qualsiasi, ma proprio l’eroe figlio di Anfitrione e Alcmena, quello delle dodici fatiche, dell’uccisione del leone di Nemea, della forza sovrumana entrata nell’immaginario dell’Occidente.
La leggenda racconta che nel territorio esistessero due antichi insediamenti, Sorena e Musarna, cresciuti fino a diventare abbastanza potenti da combattersi e distruggersi reciprocamente. Le terre sarebbero rimaste devastate e quasi prive di abitanti, finché da quelle parti non arrivò Ercole, di ritorno dalla Spagna dopo aver ucciso Gerione. Vedendo la bellezza del luogo e insieme la desolazione lasciata dalla guerra, l’eroe avrebbe deciso di costruire un nuovo insediamento. Le cronache lo chiamano “castello di Hercule”.
Il racconto aggiunge un particolare ancora più suggestivo: Ercole avrebbe voluto lasciare alla città un segno della propria presenza e le avrebbe donato come insegna il leone, ricordando la pelle dell’animale che portava sulle spalle dopo averlo ucciso grazie alla propria forza. Poi sarebbe ripartito verso Roma, dove un altro mito famoso lo vede affrontare Caco sull’Aventino. È una storia bellissima ed è, appunto, una storia.
Non possediamo una testimonianza storica dell’arrivo di Ercole a Viterbo, né della costruzione da parte sua di un castello; il racconto appartiene invece alla grande tradizione medievale che attribuiva alle città origini prestigiose, possibilmente legate agli eroi dell’antichità, ai personaggi biblici o ai protagonisti delle grandi civiltà del passato.
La cosa interessante è che il mito di Ercole non sembra essere un’invenzione tardiva di Annio da Viterbo, come talvolta si potrebbe pensare. Uno studio pubblicato dalla Biblioteca Consorziale ricostruisce infatti la presenza della leggenda nelle cronache cittadine medievali e individua proprio nella fondazione ad opera di Ercole il nucleo più antico del racconto, successivamente arricchito con altri personaggi e altre genealogie fantastiche. La stessa ricerca lascia aperta la discussione su chi abbia dato forma definitiva alla narrazione, ipotizzando una rielaborazione avvenuta nel Trecento a partire da materiali precedenti. Ma forse cercare soltanto di stabilire se Ercole sia realmente passato da Viterbo significa perdere la parte più interessante del mito.
Bisognerebbe chiedersi perché una città medievale abbia sentito il bisogno di scegliere proprio lui come proprio fondatore. Ercole rappresentava la forza, certamente, ma anche colui che attraversa terre lontane, sconfigge mostri, ristabilisce un ordine dopo il caos e lascia qualcosa dietro di sé. Nella leggenda viterbese arriva infatti dopo una guerra che ha distrutto due comunità, trova un territorio desolato e lo ricostruisce.
Non conquista Viterbo: la rifonda. È probabilmente questa l’immagine che affascinava chi raccontava quella storia, una città nata non per caso ma dall’intervento del più grande eroe dell’antichità, abbastanza importante da poter vantare radici paragonabili a quelle delle città più celebri. E il mito, come spesso accade, ha continuato a vivere molto più a lungo di chi lo aveva inventato o tramandato.
Nel Palazzo dei Priori esiste ancora oggi la Sala d’Ercole, utilizzata per le riunioni del Comune. Il nome dell’eroe è quindi rimasto dentro il luogo che rappresenta il potere civile della città, quasi una traccia concreta di una storia alla quale nessuno oggi attribuirebbe valore documentario, ma che per secoli ha contribuito a raccontare Viterbo ai viterbesi. Ed è forse questo il senso più profondo dei miti: non devono necessariamente essere veri per diventare importanti, perché raccontano come una comunità avrebbe voluto essere, quali antenati avrebbe desiderato avere, quale immagine voleva consegnare di sé.
Ercole, quasi certamente, Viterbo non l’ha fondata; eppure, dopo tanti secoli, continuiamo ancora a raccontare che un giorno arrivò qui, vide questa terra, decise che valeva la pena ricostruirla e le lasciò in dono un leone. Forse la leggenda è proprio questa, ma il fatto che Viterbo abbia voluto per secoli riconoscersi in quella leggenda è, invece, storia.


















