
IL PUNTO DI VISTA – Qualità della vita. Se ne parla molto, oggigiorno, e si mette per lo più in relazione da un lato con lo sviluppo sostenibile, dall’altro con un senso generale di sicurezza, che si tratti di ordine pubblico, di consumi, di servizi sociali e di lavoro. In politica è un concetto su cui si sta molto attenti, perché la soddisfazione del cittadino è l’unico metro – oltre quello (peraltro un po’ in crisi…) delle urne – per capire se si sta operando bene, dal governo dello Stato a quello del più sperduto paesino di una provincia.
Un tema quindi delicato. Su cui le scienze sociali – sociologia in primis – ha e ha avuto molto da dire e da misurare, perché nel tempo cambiano i criteri di valutazione, gli stessi indicatori, mentre sia nella pubblica discussione che nell’immaginario collettivo l’impressione soggettiva tende ad assumere un valore superiore al dovuto. Vero è che da un punto di vista socioantropologico oggi, al tempo dei social, finisce per contare più un’idea, una narrazione che un dato statistico consolidato.
Famosa la battuta di uno studioso di sicurezza: il quale osservava che se nel Bronx si riscontrava un calo di omicidi del 10% gli abitanti dicevano di sentirsi al sicuro, mentre se in un villaggio dove si era abituati a lasciare le chiavi di casa sulla porta, un furto scatenava un grave allarme e tutti cominciavano a preoccuparsi della propria incolumità. Ciò significa che la qualità della vita “percepita” è altrettanto importante di quella calcolata oggettivamente mediante indicatori standardizzati.
Così, veniamo alla recente indagine dell’Istituto Piepoli sulla qualità della vita nel Lazio. Pare che i viterbesi siano fra i più soddisfatti, poi leggendo bene non si capisce più se si tratti dei viterbesi che abitano in provincia o di quelli residenti nel capoluogo. Basta rileggersi il passo, desunto dallo stesso sito dell’Istituto: “La qualità della vita nella regione Lazio soddisfa il 74% dei cittadini, in particolare chi risiede nelle province di Viterbo (82%) e di Roma (73%) e i ragazzi dai 18 ai 34 anni (78%). Un peggioramento nel tempo è avvertito da coloro che, invece, vivono nei grandi comuni (-45%), dagli over 55 (-45%) e da chi abita nella provincia di Roma (-30%).” In corsivo, i punti che o sono poco chiari o che sembrano contraddirsi.
Qualche dubbio si insinua anche a proposito del passo seguente: “Appena l’8% dei cittadini si sente molto informato sul significato e le caratteristiche di una smart city. Questa percentuale sale al 52% tra i giovani, al 44% tra chi risiede a Roma e al 49% nella provincia di Viterbo.”
Salire dall’8% del totale del campione a percentuali del 44, 49, 52 % in taluni sottoinsiemi sembra quanto meno strano, specie nei rapporti quantitativi di riferimento. Ancora; nel rapporto si valutano positivamente le percentuali che raggiungono il 60%, cosa che dal punto di vista della significatività statistica lascia molto a desiderare, mentre con il 50% ci si ritrova già a livelli bassi. Così uno scarto di appena il 10% diventa dirimente…
Non posso entrare nel dettaglio della metodologia adottata, perché non se ne trova riscontro neppure nel sito dell’Istituto. Insomma, alla fine si accettano dei numeri che sarebbe necessario valutare meglio, senza contare la mancanza di informazioni sulla definizione stessa degli indicatori adottati nelle interviste.
Un invito, quindi, a trattare con maggior attenzione una pratica di ricerca scientifica, e soprattutto una divulgazione del dato scientifico, che sia più chiara e precisa, affinché il dato stesso possa essere meglio valutato da amministratori, stakeholders o anche soltanto l’opinione pubblica.


















