
STORIE – “Anno domini 1172. A dì Primo Gennaro Viterbesi entrorno in Ferenti per forza, e tutta la ruborno e scarcorno, e arrecorno a Viterbo tutte le reliquie e robe megliori che ci erano, fuggendo i Ferentesi chi qua, chi là, e assai ne vennero ad abitare a Viterbo. Per la qual vittoria Viterbesi aggiunsero al leone del comune la palma, che era l’arma de’ Ferentesi».
Sono queste le parole con cui Niccolò della Tuccia, quasi tre secoli più tardi, ispirato dalle cronache di Lanzillotto – uno storico vissuto nel duecento che aveva conosciuto i discendenti dei ferentesi venuti ad abitare a Viterbo – ricorda la distruzione dell’antichissima città di Ferento, a seguito delle sue continue provocazioni che essa aveva inflitto ai viterbesi in quegli anni.
Oggi primo gennaio 2026 è quindi l’anniversario n.854 della fine di Ferento. I viterbesi furono furbi; approfittarono dei bagordi dei ferentesi in quella notte di Capodanno, aggredendoli mentre dormivano, assonnati e storditi dal vino della festa. Non ci fu resistenza e fu una notte di massacro e di distruzioni, chiese comprese con le loro reliquie, tra le quali il crocifisso ligneo che si trova oggi a S, Angelo in Spatha e i paramenti di S.Bonifacio, oggi custoditi nel Museo del Duomo.
Ma perché “assai cittadini” ferentesi vennero ad abitare a Viterbo, nonostante tanta violenza? Probabilmente tra i ferentesi vi erano due partiti contrapposti: i nobili, che non volevano guerra e avevano precedenti rapporti con varie famiglie viterbesi; e i popolani, saliti al potere in quegli anni e desiderosi di farsi largo nella Tuscia, rivendicando gli antichi privilegi della città. Così, mentre Ferento bruciava, alcuni ferentesi fuggirono nei campi e più tardi avrebbero costruito un precario villaggio più a nord, presso le grotte di S. Stefano. Altri invece mossero con le loro masserizie scampate alla distruzione verso Viterbo, chiedendo asilo. Portavano con loro il vessillo cittadino, la Palma, che offrirono ai viterbesi. Fu un onore per Viterbo assumere nello stemma cittadino quell’antico e prestigioso simbolo, che affiancarono al loro Leone. Le cronache aggiungono che i ferentesi si sistemarono nell’allora deserta piana di S. Faustino popolandola e facendone un nuovo quartiere della Città. Quarant’anni più tardi quest’area fu protetta da mura, erette tra Porta di Valle (Porta Faul) e Porta S. Lucia (Porta Fiorentina); e vi fu un discendente dei ferentesi, Gemini di Francesco (l’origine ferentese la attesta il nome, che richiama un santo onorato a Ferento), fra i costruttori della fontana a fuso al centro dell’attuale quartiere, datata 1251.
F. Mattioli, Storie ferentesi vere e inventate.


















