
Quante volte, e con quali modalità si sente ormai argomentare a proposito della “questione plastica”? Di pari passo con l’immigrazione, rimane probabilmente una delle tematiche più toccate del 2018 a livello internazionale; quotidiani, blog, riviste scientifiche e quant’altro.
Ma quanto ne sappiamo davvero? Abbiamo provato a tirare qualche somma per disegnare un quadro generale dell’argomento. Proprio lo scorso maggio sulla rivista Environmental Science and Policy era stato presentato
uno studio, curato dall’ecologo Giuseppe Bonanno dell’Università degli Studi di Catania e dalla biologa Martina Orlando-Bonaca dell’Istituto Nazionale di Biologia sloveno, che puntava a raccogliere tutte le ricerche, a livello globale, effettuate fino a quel momento in ambito inquinamento da plastica, tentando quindi di fare luce sulla presenza delle plastiche in mare.
Quelli che ne sono emersi, sono i dati sconcertanti che ormai ogni cittadino si aspetta di trovare, specialmente in seguito alla viralità di foto e video ritraenti quei giganteschi cumuli di rifiuti addensati in maniera massiccia in specifici punti in mezzo agli oceani.
Stando alle statistiche della ricerca, ma anche alla nostra intuizione, la produzione mondiale di plastica è in aumento da oltre 50 anni; abbiamo assistito ad un aumento vertiginoso in questo ultimo trentennio: se nel 1988 infatti, venivano prodotte 30 milioni di tonnellate di materiale plastico, nel 2016 è stato toccato il picco massimo, con 335 milioni di tonnellate.
Tra una bottiglietta e l’altra, a finire in acqua annualmente sono tra gli 8 e i 13 milioni di rifiuti. Dati alla mano, dunque, le domande cominceranno a sorgere spontanee: esistono nel globo zone incontaminate? Tenendo presente che in media, una bottiglia di plastica può arrivare a impiegare, rimanendo negli oceani, anche 400 anni per completare il suo processo di decomposizione, la risposta non potrà che essere negativa; d’altronde, se Phileas Fogg
impiegava 80 giorni per fare il giro del mondo, figuriamoci se non sia possibile farlo in 400 anni.
Gli oceani, con pochi dubbi a riguardo le principali vittime di questo inquinamento: si parla ormai di onnipresenza di materiale plastico in tutti gli habitat marini, i media si focalizzano principalmente sulle “grandi isole di plastica”, ma la verità è che anche il più remoto isolotto nel mezzo dell’Oceano Pacifico è stato ormai contaminato, e la cosa non viene detta a sproposito.
A testimoniarcelo è la rivista Focus: esiste in pieno Oceano Pacifico meridionale appunto, un’isola disabitata denominata “Handerson Island” (appartenente all’arcipelago delle Pitcairn del Regno Unito), a 5000 km dal più vicino centro abitato dall’uomo, la cui spiaggia è già quasi per intero ricoperta da rifiuti plastici. Esiste, come
esiste questo enorme problema, ed è davvero spaventoso pensare al tipo di arroganza con cui siamo riusciti a portare i nostri “artifici” anche nel più incontaminato (visitato ogni 5-10 anni da scienziati) paradiso tropicale a miglia di distanza dai continenti.
E’ dunque necessario smetterla di continuare a vivere sotto queste individuali campane di vetro, invece di rimanere con gli occhi bendati e fingere di soffrire di ipoacusia senza che la malattia sia davvero stata diagnosticata. Il problema, se qualcuno ancora non se ne fosse accorto, è reale, vicino e difficile da risolvere tanto quanto è diventato grande. Ma le vittorie si conquistano a piccoli passi, passi che devono cominciare a essere percorsi. Quello della
sensibilizzazione è probabilmente il primo da fare.


















