
STORIE – Uno dei più grandi capitani di ventura del Rinascimento veniva dalla terra di Tuscia. Pirro Baglioni, di San Michele in Teverina (Castel di Piero) o di Sipicciano. Marchese di Mortara. Signore di San Michele in Teverina (frazione di Civitella d’Agliano), Graffignano, Attigliano, Sipicciano; di Pennodomo, Fallascoso e Sant’Apollinare negli Abruzzi. Ghibellino. Suocero di Adriano Baglioni.
Una vita avventurosa la sua, riportata recentemente all’attenzione da Claudio Mancini in un libro straordinario che riscopre la figura di uno dei più grandi condottieri di quell’Italia Lontana: ‘Pirro Baglioni da Sipicciano’.
Visse mezzo secolo ma gli fu abbastanza per intrecciare una fitta trama di rapporti che hanno toccato nomi grandiosi di papi e quello dell’imperatore Carlo V. Nasce esattamente nel 1500 e vive a Sipicciano fino alla morte del padre Fortebraccio Baglioni nell’agosto 1514.
Rimasto orfano, la madre Lavinia Savelli lo affida alla famiglia Colonna. Pirro assume tale cognome in ricordo del suo protettore Ascanio Colonna, che lo ha allevato e lo ha educato alla sua corte.
La Camera Apostolica confisca il castello di Sipicciano; segue a giugno il sequestro, sempre da parte dei pontifici, del suo feudo di Castel di Piero (San Michele in Teverina). La seconda località è concessa a Beatrice Farnese, già signora di Sipicciano, per avere sposato lo zio Antonio Baglioni. Il Colonna si ribella alla situazione. Il papa Adriano VI comanda una energica azione nei suoi confronti; è minacciata la distruzione di tale castello.
Non rinuncia al progetto di recuperare i suoi possedimenti. Nonostante il bando delle autorità pontificie di Viterbo inizia una serie di attacchi a San Michele in Teverina. Promette una tregua al governatore del Patrimonio con l’impegno di mantenere fede ai patti fino a maggio dell’anno seguente.
Entra di notte in San Michele in Teverina ai danni di Beatrice Farnese, vedova dello zio Antonio Baglioni: i pontifici intervengono. Il Colonna non trova l’aiuto sperato né nel cardinale Pompeo Colonna, né in Giulio Colonna. E’ attaccato da Galeazzo Farnese (1500 uomini) seguito presto da molti partigiani dei maganzesi di Viterbo, tra cui figurano Giovan Corrado Orsini, Ludovico Orsini, il conte di Anguillara, Berardo Monaldeschi della Cervara, Dolce da Corbara e molti altri soldati provenienti da Spoleto, Narni ed Orvieto. Assediato nel castello, vi resiste quarantotto giorni nei quali respinge numerosi assalti terminati con la morte di 400 fanti corsi. Compare Vitello Vitelli ed il Colonna si arrende a patti nelle sue mani. E’ condotto prigioniero a Civita Castellana; i suoi soldati sono lasciati liberi. Dei suoi fautori numerosi sono quelli impiccati, mentre molti altri sono avviati alle galere come rematori: il castello verrà demolito.
E’ protagonista, al comando di 3000 uomini, delle battaglie d’Ungheria contro i turchi del sultano Solimano. Transita per il Cremonese, il Veronese e si trasferisce in Austria alla difesa di Vienna.
A Innsbruck; è obbligato a rientrare in Italia a seguito dell’ l’ammutinamento dei fanti italiani causato dal ritardo delle paghe e dalla scarsità di vettovaglie. E’ segnalato passare per Rovereto, Riva del Garda. Si ferma a Bologna dove a metà dicembre è presente con altri capitani all’incontro tra il papa e l’imperatore Carlo V. Al termine dei colloqui prosegue per la Teverina.
A Roma. Sfida a duello Giampaolo di Ceri. L’incontro si deve svolgere nei pressi del castello di Attigliano. Si interpone Clemente VII che proibisce lo scontro e intima ai due rivali di allontanarsi dalla città.
Muore a Graffignano. Secondo una voce corrente, per veleno che gli è fatto propinare dallo stesso Diego di Mendoza: la causa sta probabilmente nelle sue critiche all’operato dell’imperatore e dei suoi ministri. Niccolò Martelli gli dedica un sonetto; suo elogio da parte di Paolo Giovio, di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca, e di Francesco Beccuti detto il Ciappetta. Suo il ritratto di Giorgio Vasari nella sala di Cosimo in Palazzo Vecchio a Firenze.


















