Pianiano: un borgo arroccato tra storia etrusca e spirito albanese
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Nel 1754 Papa Benedetto XIV segnò il feudo a una colonia di oltre 200 rifugiati cristiani provenienti dall'Albania ottomana.

INSIDE – La Tuscia, scrigno di storie e tradizioni, è una terra che aspetta di essere scoperta e valorizzata, e oggi vi presento Pianiano, un borgo incastonato lungo la provinciale che da Ischia di Castro conduce a Vulci, nel comune di Cellere. Lontano dalle rotte più battute, questo piccolo agglomerato di case e anime custodisce un patrimonio di storia e silenzio tutto da esplorare.

Sospeso tra la Tuscia e la Maremma, il piccolo borgo di Pianiano, una manciata di anime aggrappate alla vita, offre un tuffo indietro nel tempo. Il suo aspetto, quasi difensivo, un riccio accovacciato tra gli ulivi che delimitano il territorio di Cellere, del quale è l’unica frazione, custodisce una storia millenaria. Un passato che affonda le radici nell’epoca etrusca, attraversa i fasti del feudo degli Orsini di Pitigliano per giungere fino al Ducato di Castro.

Abbandonato verso la fine del XVII secolo a causa della malaria che imperversava, Pianiano conobbe una rinascita inaspettata. Nel 1729, il borgo e le sue terre furono annessi alla Comunità di Cellere. La vera svolta, però, arrivò nel 1754, quando Papa Benedetto XIV segnò il feudo a una colonia di oltre 200 rifugiati cristiani provenienti dall’Albania ottomana. Originari della città e della provincia di Scutari (Skodra), con alcune famiglie provenienti dall’attuale Montenegro, allora territorio turco-albanese, questi nuovi abitanti trovarono un borgo desolato.

Con tenacia e ingegno, riuscirono in breve tempo a risolvere le sorti di Pianiano, dando vita a una nuova comunità. Nonostante la loro opera di ricostruzione, poche tracce concrete del loro passaggio sono rimaste visibili, testimonianza forse della loro fretta nel ricominciare una nuova vita.

Il borgo è stato anche teatro di un capitolo oscuro ma affascinante della storia locale. A cavallo tra il XIX e il XX secolo, Pianiano diede i natali a Domenico Tiburzi, meglio conosciuto come “Domenichino”. Figura leggendaria, Tiburzi divenne uno dei più famosi briganti della Tuscia e della Maremma, guadagnandosi il soprannome di “Re del Lamone”.

Oggi, Pianiano si presenta come l’ultimo avamposto della Tuscia prima di addentrarsi nel cuore della Maremma, facilmente raggiungibile in direzione della suggestiva Vulci. Un luogo dove le pietre raccontano storie antiche, dove lo spirito di antiche popolazioni risuona ancora tra gli ulivi, e dove il fascino del passato si fonde con la serenità di un borgo che ha saputo rinascere dalle proprie ceneri.

© Maurizio Di Giovancarlo / Tuscia Fotografia / La Fune

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Alle 9:30 del mattino salgo a San Martino al Cimino. Qui i Veralli vivono insieme: una manciata di case affacciate su un unico piazzale dove i fratelli e i genitori condividono la vita di tutti i giorni. Nella famiglia di Emanuele ci sono i fratelli Alessandro (il primogenito), Francesco (il secondogenito) e poi c'è lui, il terzo. Emanuele ha 36 anni, è sposato con Anna Maria e dalla loro unione è nata Azzurra, che a oggi ha 4 anni. Ti basta mettere piede su quel cemento per respirare un senso di appartenenza che oggi non si trova quasi più. A darmi il benvenuto ci sono Anna Maria, la moglie di Emanuele, la piccola Azzurra e Benito, il cagnolino di casa. L’aria è distesa, priva di retorica. È la semplicità di un rito che Emanuele ripete da quando è entrato nel Sodalizio dei Facchini.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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