

IL DOMENICALE – Ci sono stagioni della storia italiana che oggi rischiano di essere raccontate in modo superficiale, quasi astratto. Gli anni di piombo vengono spesso ridotti a cronaca del terrorismo, a elenco di attentati, a conflitto ideologico permanente. Ma per chi viveva allora, soprattutto in una città come Roma, significavano qualcosa di molto più profondo: paura quotidiana, tensione continua, sfiducia nelle istituzioni, rischio concreto che il tessuto democratico del Paese si spezzasse.
Fu dentro quel clima che Luigi Petroselli diventò sindaco della capitale. Ed è forse proprio questa la dimensione che oggi colpisce di più della sua figura: mentre intorno crescevano violenza, rabbia e frammentazione sociale, Petroselli cercò ostinatamente di costruire comunità. Roma in quegli anni era attraversata dal sangue e dalla paura. Venivano assassinati servitori dello Stato, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, intellettuali. Il maresciallo di polizia di Centocelle ucciso alla fermata dell’autobus. Vittorio Bachelet assassinato all’Università La Sapienza dopo una lezione. Il magistrato Girolamo Minervini ucciso su un autobus urbano. Il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi freddato sotto casa dopo il Te Deum di fine anno. Petroselli c’era sempre.
Non come semplice figura istituzionale obbligata dal protocollo. C’era come uomo e come sindaco di una città ferita. Portava solidarietà alle famiglie, rappresentava la vicinanza delle istituzioni, cercava di impedire che Roma diventasse una comunità dominata soltanto dalla paura e dall’odio. Ed è qui che emerge forse la parte più profonda della sua esperienza politica. Petroselli non governò mai soltanto attraverso il potere amministrativo. Cercò invece di costruire un rapporto vivo tra istituzioni e società. In quegli anni Roma diventò un enorme laboratorio di confronto collettivo. Si discuteva di urbanistica, trasporti, lavoro, periferie, servizi pubblici, sviluppo economico. Le istituzioni dialogavano con sindacati, associazioni imprenditoriali, ordini professionali, movimenti culturali e realtà sociali. La politica non era ancora ridotta a comunicazione permanente. Era ancora luogo di partecipazione e mediazione.
Nascono dentro quella stagione il protocollo d’intesa sulle nuove costruzioni, dove l’edilizia pubblica aveva un ruolo centrale, le conferenze urbanistiche cittadine, gli accordi per i trasporti pubblici, gli interventi per le aziende in crisi. Era un’altra idea di città e forse anche un’altra idea di democrazia. Partiti, sindacati, associazioni e corpi intermedi avevano limiti enormi, ma possedevano ancora una convinzione forte: il bene comune esisteva davvero e doveva prevalere sugli interessi particolari. Petroselli si muoveva dentro questa cultura politica con una caratteristica rara: non aveva paura del confronto con mondi diversi dal proprio. Qualche anno prima Roma aveva vissuto una straordinaria stagione di riflessione collettiva promossa dal Vicariato, il grande convegno sui bisogni della città passato alla storia come quello dei “mali di Roma”. Migliaia di persone, centinaia di interventi, quartieri coinvolti, dibattiti su povertà, periferie, scuola, università, casa, sviluppo economico, decentramento amministrativo, rapporto tra pubblico e privato.
Fra i partecipanti c’era anche Petroselli, allora dirigente comunista. E quel confronto lasciò un segno profondo. Perché Petroselli comprese qualcosa che oggi sembra quasi dimenticato: una grande città non si governa soltanto con i bilanci o con le opere pubbliche. Si governa ascoltando le domande profonde della società, mettendo in relazione culture diverse, costruendo partecipazione. In fondo la sua forza nasceva proprio da lì: dall’essere figlio insieme della cultura comunista e di quella cattolica popolare. Dentro di lui convivevano il senso della giustizia sociale e una visione quasi umana e morale della politica. Non amministrava persone astratte. Vedeva lavoratori, famiglie, periferie, fragilità concrete. Per questo fu chiamato “il sindaco di tutti”.
Non perché non avesse idee politiche forti. Le aveva eccome. Ma perché riusciva a trasmettere qualcosa che andava oltre l’appartenenza ideologica: l’idea che le istituzioni dovessero prendersi cura della città e delle persone. Anche il suo stile personale colpiva profondamente i romani. Dietro il dirigente comunista rimaneva l’uomo formato dagli studi classici, dalla riflessione culturale, da una sensibilità che spesso utilizzava perfino riferimenti alla speranza e alla fede in chiave laica. Oggi tutto questo appare quasi lontano. La politica contemporanea sembra spesso consumarsi tra personalismi, conflitti artificiali, propaganda continua e impoverimento culturale. I luoghi del confronto collettivo si sono indeboliti. I corpi intermedi vengono considerati ostacoli più che risorse. Le città rischiano di diventare spazi individuali attraversati da solitudini parallele.
Per questo la figura di Petroselli continua ancora a parlare. Non soltanto come esempio di buon amministratore. Ma come simbolo di una politica che cercava di tenere insieme una comunità nei momenti più difficili, senza smettere di credere che una città potesse essere qualcosa di più di un insieme di interessi in conflitto. E forse è proprio questo che i romani ricordano ancora oggi: non soltanto il sindaco, ma l’uomo.

















