

IL DOMENICALE – Per capire davvero Luigi Petroselli bisogna partire da una domanda semplice: che cos’è una città? Per molti amministratori la città è un insieme di strade, bilanci, cantieri, appalti, equilibri politici. Per Petroselli no. La città era prima di tutto una comunità umana. Un organismo vivo che si ammala quando cresce la distanza tra centro e periferia, tra ricchi e poveri, tra istituzioni e cittadini. Era questa la vera ossessione politica del sindaco nato a Viterbo: impedire che Roma diventasse una città divisa tra quartieri privilegiati e borgate dimenticate.
Negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta Roma stava esplodendo urbanisticamente. Il traffico cresceva, le periferie si allargavano senza servizi, la speculazione edilizia divorava pezzi di territorio, migliaia di persone vivevano in quartieri senza identità e senza luoghi di aggregazione. Molti consideravano inevitabile quel modello di sviluppo. Petroselli no. Aveva compreso che una città costruita soltanto attorno al mercato e all’automobile avrebbe prodotto isolamento, rabbia e disuguaglianze. Per questo il suo progetto urbano aveva quasi una dimensione sociale e morale.
Non pensava alla periferia come a un problema da contenere ma come a una parte essenziale della città da restituire alla dignità urbana. Le borgate dovevano avere servizi, trasporti, cultura, verde pubblico, spazi di incontro. Dovevano sentirsi parte di Roma e non territori separati. Anche le sue scelte simboliche andavano in questa direzione. Le prime pedonalizzazioni dei Fori Imperiali non furono soltanto una misura sul traffico. Furono un messaggio culturale fortissimo: il centro storico non doveva essere sacrificato alle automobili. Doveva tornare alle persone. In un’Italia ancora dominata dall’idea che modernità significasse più cemento, più auto e più espansione edilizia, Petroselli intuì qualcosa che oggi definiremmo sostenibilità urbana. Difese le aree verdi, cercò di limitare un’espansione senza regole, lavorò con Antonio Cederna per ripensare l’area archeologica centrale della capitale come spazio pubblico e non soltanto come attrazione turistica.
Ma la sua idea di città non era soltanto urbanistica. Era profondamente politica e culturale. Petroselli aveva capito che una città senza relazioni umane diventa un luogo freddo, attraversato da individui isolati. Per questo sostenne l’esperienza dell’“Estate Romana” di Renato Nicolini. Non la considerava intrattenimento superficiale. La vedeva come uno strumento per riportare le persone negli spazi pubblici, per creare incontro, partecipazione, senso di appartenenza. In fondo la sua idea era radicale nella sua semplicità: una città funziona quando i cittadini sentono che appartiene anche a loro.
Oggi molte città italiane sembrano invece progettate per il consumo rapido, per il turismo mordi e fuggi, per la rendita immobiliare o per la comunicazione politica permanente. Le periferie continuano spesso a essere trattate come margini da amministrare e non come luoghi da valorizzare. I centri storici si svuotano di residenti. Crescono solitudine, paura, frammentazione sociale. Per questo la lezione di Petroselli appare ancora straordinariamente moderna. Perché aveva intuito che la qualità di una città non si misura soltanto dal PIL o dai grandi eventi, ma dalla vita concreta delle persone: dal tempo perso nel traffico, dalla presenza di spazi pubblici, dalla possibilità di incontrarsi, dalla dignità delle periferie, dalla bellezza accessibile a tutti.
È forse in questo che il suo pensiero parla ancora anche alla Tuscia e alle aree interne. Perché la vera sfida non è soltanto attrarre investimenti o turisti. È costruire territori dove le persone abbiano voglia di restare, riconoscersi, vivere insieme. Petroselli non immaginava una città perfetta. Immaginava una città più umana. Ed è probabilmente questa la sua eredità più attuale.


















