

IL DOMENICALE – Ci sono momenti in cui la statura politica di un uomo si misura non nel potere che possiede, ma nel coraggio di esporsi quando quasi tutti scelgono la prudenza. Per Luigi Petroselli uno di quei momenti arrivò nell’agosto del 1968. I carri armati dell’Unione Sovietica entrano a Praga e soffocano la cosiddetta “Primavera di Praga”, il tentativo guidato da Alexander Dubček di costruire un socialismo riformatore, più aperto, più democratico, meno oppressivo. Per milioni di persone di sinistra in Europa fu uno shock morale e politico enorme.
L’idea che il socialismo potesse essere imposto con i carri armati incrinava definitivamente il mito sovietico. Ma in quel momento molti dirigenti comunisti italiani si muovevano con cautela. Il rapporto con Mosca era ancora fortissimo. Criticare apertamente l’URSS non era una scelta banale. Significava esporsi, rompere equilibri interni, rischiare isolamento politico. Petroselli invece non aspettò. Da segretario della Federazione comunista di Viterbo fece assumere subito una posizione molto dura contro l’invasione sovietica, senza attendere la linea ufficiale del partito nazionale. Può sembrare oggi un episodio marginale. In realtà racconta moltissimo della sua personalità politica. Per capire la portata di quella scelta bisogna ricordare il clima culturale di quegli anni. Nel movimento comunista internazionale l’Unione Sovietica non era soltanto una potenza straniera. Era il punto di riferimento simbolico di intere generazioni. Mettere in discussione Mosca voleva dire sfidare una sorta di autorità ideologica globale. Petroselli comprese invece immediatamente che nessuna ragione geopolitica poteva giustificare la repressione della libertà di un popolo. E questa posizione non nasceva da anticomunismo o opportunismo. Al contrario. Nasceva proprio dalla sua idea profonda di comunismo popolare e umano.
Dentro Petroselli convivevano infatti culture diverse: il rigore della tradizione comunista, la sensibilità umanistica degli studi classici, l’influenza di una cultura cattolica popolare vissuta in famiglia. Tutto questo lo rendeva diverso dai funzionari ideologici incapaci di vedere la realtà oltre gli schemi di partito. Per lui la giustizia sociale senza libertà rischiava di trasformarsi in oppressione. E la libertà senza giustizia sociale rischiava invece di diventare privilegio per pochi. In fondo, quella scelta sulla Cecoslovacchia anticipava già una parte importante della futura evoluzione del Partito Comunista Italiano verso una crescente autonomia da Mosca. Un percorso che negli anni successivi avrebbe trovato il suo interprete più noto in Enrico Berlinguer. Non a caso, proprio nel 1969, Petroselli viene chiamato a Roma per dirigere il comitato regionale del Lazio al posto dello stesso Berlinguer, diventato vicesegretario nazionale del PCI. E l’anno successivo viene eletto segretario della Federazione comunista romana. Non fu soltanto una promozione politica. Fu il riconoscimento di una qualità rara: la capacità di leggere la società senza rifugiarsi dentro il dogma.
Petroselli aveva intuito che la sinistra italiana avrebbe potuto restare popolare soltanto aprendosi alla libertà, al pluralismo, al confronto democratico. Aveva capito che non bastava parlare in nome del popolo: bisognava anche rispettarne la dignità e la libertà. Ed è probabilmente questa autonomia di pensiero che gli consentì poi, negli anni successivi, di diventare un amministratore diverso dagli altri. Da sindaco di Roma non governò come un uomo chiuso dentro un’ideologia. Cercò invece il dialogo con mondi differenti: sindacati, associazioni, ordini professionali, realtà cattoliche, movimenti culturali, comitati cittadini. La sua idea di città nasceva dal confronto e dalla partecipazione, non dall’imposizione.
Anche il suo stile umano rifletteva questa impostazione. Dietro il dirigente comunista rimaneva sempre il ragazzo della Tuscia cresciuto fra cultura popolare, studi classici e sensibilità umana. Non parlava il linguaggio freddo del funzionario. Parlava quello di chi conosceva le difficoltà concrete delle persone. Per questo riuscì a essere amato anche da molti che non votavano comunista. Oggi questa pagina della sua storia appare ancora più significativa. Viviamo in un tempo attraversato da nuove forme di conformismo politico e culturale. Le appartenenze spesso diventano tifoserie assolute. Si fatica a dissentire dal proprio campo. I social premiano le fedeltà automatiche più che il pensiero critico. Nel 1968, invece, un dirigente comunista nato a Viterbo trovò il coraggio di dire che i carri armati contro un popolo erano inaccettabili anche se portavano la bandiera dell’URSS. Non era una scelta comoda. Era una scelta politica e morale. E forse proprio lì si vede la differenza tra chi usa un’ideologia come rifugio e chi invece prova davvero a servire la libertà e la dignità umana.
Petroselli non rinnegò mai la propria storia comunista. Ma comprese prima di molti altri che nessuna idea di giustizia può sopravvivere se smette di rispettare la libertà delle persone. Ed è probabilmente questa una delle ragioni per cui la sua figura continua ancora oggi a parlare anche a chi non appartiene più né a quel mondo politico né a quella stagione storica. Perché rappresenta una politica capace di avere convinzioni forti senza perdere autonomia di giudizio, umanità e senso della realtà.


















