

di Lutor
Proprio così: ho cambiato rubrica, anche se “Piccole note” saranno sempre a portata di tastiera per eventuali piccoli concerti; erano troppo limitative per esprimere alcuni pensieri che si accavallano, galoppando appunto, nella mia mente. Da qui la nascita di “Pensieri in Volo” ovvero i miei pensieri, giusti o sbagliati, che “volano” verso di voi, cari lettori, al fine di riflettere insieme su quanto ci accade ogni giorno.
Il primo di questi, non poteva essere altrimenti, è la tragedia di Genova; certo un po’ in ritardo, ma è ancora tristemente attuale e voglio parlarne. Ovvio il dolore per le vittime, altrettanto ovvia la speranza che i feriti riescano a guarire, cosi come il pensiero corre a tutta quella gente rimasta senza casa con molti che non hanno potuto recuperare nemmeno le cose più intime. Ma dopo questo cordoglio espresso da tutti, compresi gli ipocriti, ovvero coloro che avrebbero dovuto, e sottolineo dovuto, fare qualcosa, parliamo di questa nostra “italietta” dove si parla soltanto di poltrone e incarichi di prestigio.
La prima domanda spontanea è: “Come si fa a costruire un ponte piantato tra le case” Non è un po’ assurdo? Continuare a far costruire case al di sotto del ponte, non è altrettanto assurdo, se non incosciente, sapendo su quanti ponti o altre strutture abbiamo dovuto piangere i numerosi morti?
Altra domanda: nel 1993 i tecnici di Autostrade e delle società che avevano svolto i lavori, avevano installato un sensore per monitorare anche i tiranti della pila 9, che già all’epoca presentava un evidente “stato di corrosione”. Un sensore che attraverso un modem misurava l’intensità della tensione dei cavi trasmettendo i dati ad un computer nella sede di Bologna. Appena tre anni dopo, tutto ciò è sparito e mai sostituito. Perché?
I ponti costruiti dall’ing. Morandi (sono tantissimi) per l’epoca in cui sono stati fatti, erano ponti arcisicuri, tanto è vero che uno studio ingegneristico diceva: “Il ponte sul Polcevera e altri ponti di Morandi sono un riferimento eccezionale dal punto di vista concettuale, estetico e tecnico, che è ancora più rilevante se rapportato ai tempi in cui queste strutture vennero costruite”. Oggi, comunque, secondo i moderni criteri di durabilità, il calcestruzzo precompresso non sembra più una soluzione sicura, c’è bisogno di concepire un ponte con numerosi stralli in acciaio che permettano, in caso di rottura di uno di essi, che la conseguente perdita di resistenza-trazione sia compensata da quella degli altri e anche una più facile manutenzione e sostituzione dei cavi. In più c’è da tener presente il diverso traffico stradale a cui è stato sottoposto il ponte. Lo stesso ing. Morandi, negli ultimi anni di vita, aveva espresso preoccupazione per la manutenzione della sua opera ed era angosciato dal pensiero che il suo ponte potesse cedere; ma il direttore del Tronco di Genova di Autostrade per l’Italia Stefano Marigliani, ha dichiarato che: “Nulla lasciava presagire che potesse accadere una cosa simile”; sottolineando che “assolutamente non c’era nessun elemento per considerare il ponte pericoloso”. Tale dichiarazione mi
fa venire in mente una frase letta su un giornale, diceva “Una tragedia, come quella di Genova, non è mai frutto del caso”.
Non pensate che io sia improvvisamente diventato ingegnere, sono rimasto quel geometra serale che una volta preso il diploma ha gettato all’ortiche tutti i vari testi sui quali aveva studiato; ma proprio perché incompetente, sono andato a leggere articoli vari, studi diversi, e questo per il tanto dolore di quanto accaduto e la rabbia per quanto non si fa.
Altro pensierino lo voglio dedicare al Pronto Soccorso di Belcolle. Il tutto per evidenziare l’efficacia del servizio, la puntualità delle prestazioni e la soluzione dei problemi dei pazienti. Mercoledì 22 agosto, mia moglie accusa dolori intensi dovuti a una possibile colica renale, qualche ora di attesa anche per vedere eventuali effetti delle gocce di antidolorifico ingerito e poi, considerato il nulla di nuovo, alle 19,30 partenza per il Pronto Soccorso. Infermiere, senz’altro triagista, barella pronta, domande di rito, disposta visita del medico per eventuale terapia, uscita obbligata del sottoscritto e attesa. 20,30 – 21,30 – 22,30 continuano i dolori addominali molto forti e, previa consultazione telefonica, si decide di abbandonare Belcolle. Dopo poco più di tre ore di attesa, mia moglie esce dal pronto soccorso senza che qualcuno le faccia firmare la rinuncia alla prestazione, e ci rechiamo, come suggeritoci, alla Cittadella della Salute presso la Guardia Medica dove il medico di turno inietta un antidolorifico alla paziente prescrivendo anche un antibiotico. Si torna a casa e pur con qualche doloretto sparso si sopravvive riposando addirittura per qualche ora. Venerdì 24 riusciamo a fare, naturalmente a pagamento, un’ecografia che ci offre una risposta completa sulle cause confermando la colica renale dovuta alla presenza di un bel sassetto di 7 millimetri con l’aggiunta di un bel po’ di calcoli alla cistifellea e quindi, la veridicità dei forti dolori
avuti e contemporaneamente la possibilità di iniziare finalmente la terapia adatta.
Precisando che presso il Pronto Soccorso erano presenti decine di pazienti in attesa di essere visitati, qualcuno da parecchie ore prima di mia moglie, sorge spontanea la domanda: quanti medici ci sono al Pronto Soccorso? In quelle tre ore di permanenza non si è veduto un medico. La dizione Pronto Soccorso dice di per sé che si tratta di un’unità operativa dell’ospedale dedicata ai casi di emergenza e con spazi dedicati alla breve osservazione dove l’accesso non avviene sulla base dell’ordine di arrivo dei pazienti, ma sulla gravità delle loro condizioni rappresentate da un codice che può essere “rosso – giallo – verde – bianco”. Al di là del “rosso” che sta a significare emergenza con accesso immediato e del “bianco” che rappresenta la non urgenza, per gli altri due colori c’è una aspettativa diversa che però non è mai di ore.
Per una pura osservazione riporto quanto trovato su www.nurse24.it: Codice PiC infermieristica Visita medica Rivalutazione al triage
Rosso 0 minuti 0 minuti 0 minuti; Giallo 15 minuti 60 minuti 30 minuti; Verde 30 minuti 90 minuti 60 minuti.
Indubbiamente questi tempi li possono rispettare solo pochi ospedali, quelli dotati di personale, quelli organizzati nella maniera perfetta con strumentazione e medici all’altezza della situazione, quelli del nord o delle Marche ad esempio; certamente non quello viterbese che in un’ora fa arrivare il medico, ma torno a ripetere, dopo più di tre ore e per qualche altro paziente sei ore senza medico, mi sembra un po’ troppo.
Prima appendice al tutto – Mia moglie non è stata l’unica a rinunciare alla prestazione, altre tre persone nel tempo in cui siamo stati presenti se ne sono andate e basterebbe, ad esempio, un’occhiata ai registri di Ronciglione per vedere che in quelle ore da me citate è stato medicato (su consiglio spassionato di un conoscitore dei tempi di attesa di Belcolle) un ragazzo bisognoso di punti per una ferita ad un dito.
Seconda appendice – Quando qualcuno viene portato al Pronto Soccorso è fuori discussione che viene seguito da qualche famigliare, anzi, molte volte più di uno. Il 22 agosto al Pronto Soccorso erano presenti decine di malati in attesa con la conseguente presenza dei vari parenti. Non è certamente la saletta con quelle poche sedie che permette un’attesa non dico confortevole, ma normale per i parenti e di conseguenza fuori il Pronto Soccorso gente che gironzolava compreso il sottoscritto. Occorrerebbe, quindi, prevedere locali più idonei pensando anche che non sempre è agosto e durante l’inverno o le giornate di pioggia ci sarà veramente da preoccuparsi.
Terza appendice – Mentre passeggiavo ho notato sul davanzale esterno di una finestra cartacce, bicchieri di plastica, bottiglie vuote di acqua minerale. Il tutto, oltre all’ignoranza di noi umani, accade perché non esistono contenitori all’esterno dei locali per gettare i rifiuti. In più decine di cicche per terra facevano bella mostra e questo sempre dovuto ad assenza di contenitori specifici. Ad una mia osservazione in merito mi veniva risposto che “è proibito fumare fino a 150 metri dal Pronto Soccorso”; vi immaginate un fumatore incallito preoccupato per un famigliare, obbligato ad aspettare di fuori che pensa ai 150 metri? Ridicolo! Magari se ci fossero più parcheggi vicino al Pronto Soccorso, i più educati andrebbero a fumare in macchina.
Consiglio finale da parte di un ex Aslino (amministrativo, ma con tanta esperienza in molti campi – la modestia non è il mio forte): Il Direttore Sanitario, sottolineo Sanitario, perché non passa qualche ora in incognito fuori del Pronto Soccorso? Perché non trascorre qualche altra ora all’interno del Pronto Soccorso? Nel primo caso potrebbe vedere le difficoltà di cui sopra, nel secondo la sua presenza potrebbe attivare quella dei medici di servizio ed una maggiore celerità. Capisco che è un consiglio alquanto banale, tra l’altro già dato in altre occasioni, ma molte volte basta poco per migliorare una situazione critica che poi, considerato che si parla di salute, diventa una situazione di prima necessità. Insomma: Oculus domini saginat equum.
Ancora un pensiero che fra un po’ diventerà ricorrente considerata la prossima apertura dell’anno scolastico e che già da settimane è tema di discussione è “Vaccino sì o no”? La questione continua a essere al centro di un acceso e infinito dibattito tra favorevoli e contrari, lo schieramento anti-vaccino, diffuso un po’ ovunque (4 genitori su 10 hanno questa paura), teme gli effetti collaterali, mentre i più sono favorevoli sostenendo che vaccinarsi aiuta a tenere alla larga malattie altrimenti mortali, e aiuta a proteggere l’intera popolazione. Jennifer Raff, biologa, specializzata in genetica ricercatrice dell’Università del Texas, ha dichiarato che “le famiglie che decidono di non vaccinare i loro figli contro le malattie infettive stanno mettendo a rischio non solo i loro bimbi ma anche quelli degli
altri”.
Il sottosegretario alla Salute Bartolazzi dice: “Stop a saga dei vaccini. Dibattito viziato da assenza di dati scientifici” e propone: A) una rete di anagrafi vaccinali regionali efficiente che possa convogliare tutte le informazioni in tempo reale in una Anagrafe Vaccinale Nazionale; B) di costituire un team di tecnici esperti privi di condizionamenti politici ed economici che possano, dati alla mano,
analizzare e verificare con rigore i dati epidemiologici e le coperture vaccinali attualmente esistenti nel nostro Paese; C) redarre il piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale adatto al nostro momento storico, che preveda non solo l’eradicazione di malattie infettive trasmissibili, ma che sia garante delle protezioni vaccinali necessarie a tutti i cittadini, in età sia scolare che adulta.
La sua proposta sig. Sottosegretario è senz’altro valida, ma mi domando: premesso che la vaccinazione è un fondamentale intervento di Sanità Pubblica, che si prefigge di proteggere da malattie gravi o potenzialmente letali sia per l’individuo che per la comunità, che abbiamo dovuto assistere per l’occasionale rinuncia di alcuni genitori alle vaccinazioni consigliate per i propri figli, ad una ripresa dell’incidenza di malattie gravi o potenzialmente mortali, che i dieci vaccini contemplati dal decreto sono utili e sicuri, che la scienza ne ha chiarito l’efficacia e la sicurezza e la storia ne ha decretato il successo, non basterebbe da parte vostra ribadire l’obbligatorietà del vaccino per tutti coloro che frequentano le varie comunità e quindi no all’autocertificazione, lasciando a coloro che non le
frequentano scelta libera? Sono forse antidemocratico, dittatoriale, prevaricatorio, arrogante? (Non mi ricordo altri sinonimi). E’ chiaramente assodato che vaccinarsi aiuta a tenere alla larga malattie altrimenti mortali e aiuta a proteggere l’intera popolazione. Così come è assodato che le informazioni errate sui vaccini sono all’ordine del giorno e bene ha fatto il gip di Modena a condannare per procurato allarme un’attivista no vax che propagandava notizie sballate sui vaccini.
Comunque la strada migliore sarebbe quella di spiegare, informare, rendere consapevoli, educare i genitori, solo così i cittadini potranno divenire adulti e consapevoli. Certamente posizioni come quella di Ivan Cavicchi, Docente all’Università Tor Vergata di Roma, esperto di politiche sanitarie, non aiutano a far ben capire: da una parte è a favore della profilassi delle malattie, dall’altra critica la legge Lorenzin definendola brutta, sbagliata, incivile, con norme anticostituzionali e interessi per l’industria farmaceutica.
Così come la dichiarazione della vicepresidente del Senato (M5s) Paola Taverna che afferma: “Quando ero piccola per immunizzarci andavamo a trovare i cugini malati” fa veramente pena e mi piace citare in proposito alcuni passi della lettera aperta indirizzata alla senatrice da un medico; dice: “Cara Senatrice Taverna sono estremamente delusa come italiana, come cittadina e come medico, da quello che ha detto in materia di vaccini. Ha reso questo paese non più libero, ma oppresso dall’ignoranza e dalla cecità. ……..Perché non proibiamo anche tutte le altre scoperte scientifiche che hanno cambiato la sopravvivenza dell’uomo moderno e che hanno comunque possibili complicanze? …….Ma non ci chieda poi, a noi medici, di fare miracoli che volete distruggere. Non ci chieda di piangere la morte dei nostri bambini. ……… Mi vergogno di stare in un paese in cui le decisioni sulla sanità e sicurezza pubblica, perché è di questo che si tratta, vengono prese da persone non preparate sulla materia, non adeguate nemmeno lontanamente al parlarne pubblicamente e criticamente. ……..Per fare il mio lavoro, il medico anestesista rianimatore, ci vogliono 6 anni di università, 1 anno di
abilitazione statale e 5 anni di scuola di specializzazione. ……… Per fare il suo lavoro Senatrice, basta prendere voti. Parlare
sui social. Avere fortuna. Essere nel momento giusto con le persone giuste e al posto giusto. ………. Ma soprattutto è
ingiusto che chi come Lei, accompagnata da cattivi consigli ed ignoranza dovuta al suo non essere competente in
immunologia e malattie infettive, non sarà costretta a vedere un bambino morire di morbillo. ……… E si ricordi sempre
che il mio lavoro è un privilegio, e dovrebbe esserlo anche il suo. …..…Silvia Braccini, semplicemente un medico”.
Da parte mia un grazie alla dottoressa Braccini e una domanda alla Taverna: non è che qualche suo cugino da piccola le ha contaminato la testa svuotandola dell’ingrediente principale.
Ultima cattiveria: Sottosegretario Bartolazzi o chi per lei, il verbo redarre pur tentando la nascita, ancora non fa parte della lingua italiana, la forma corretta di questo verbo, che significa ‘scrivere, curare in qualità di redattore’, è redigere (dal latino redigere) (Treccani) – (aetnanet.org/scuola).

















