
VITERBO – Alla fine c’è sempre e solo un modo per fare questo mestiere: inforcare le scarpe e consumare le suole. La notizia di una “pazza idea” di Paolo Pelliccia di prendere parte attiva alle prossime comunali del capoluogo sbanca su tutti i giornali locali. Dopotutto con questo piattume … Citiamo Il Messaggero, la rilanciamo ma non ci accontentiamo.
Scambiamo un po’ di messaggi con il diretto interessato. Niente Whatsapp, il commissario non ne vuole sapere di queste diavolerie a stelle e strisce. Lui va ancora rigorosamente ad sms. Sono i primi short messagges che inviamo dopo un non utilizzo da almeno dieci anni della funzione. Il commissario è gentile, gli spieghiamo che abbiamo letto il Messaggero (“almeno è rimasto chi legge anche gli altri giornali”, ci dice secco) e che vogliamo saperne di più. “C’è poco da dire di più, comunque venite”.
L’appuntamento è nel pomeriggio. Lo raggiungiamo dove dice lui. Ci apre il portone (di così grandi ne avevamo visti solo al British Museum, sezione popoli della Mesopotamia). Ci fa accomodare. Un libro di Mondrian, libri di Proust. C’è un odore chimico nell’aria perché sta facendo un lavoro artistico. Continua un pezzo dell’opera, ci guarda, ascolta molto e risponde poco. “Ho in mente chi deve stare in lista”, la scodella nell’area. Facciamo una decina di altre domande che ottengono come risposta silenzi e sospiri.
Capiamo che Pelliccia sogna di candidarsi. Ci fa delle confessioni. Ci racconta un paio di retroscena, che teniamo per noi. Restiamo quaranta minuti con lui. Il telefono gli squilla per otto volte. Tutte chiamate a catena sulla notizia della sua possibile candidatura. Ogni volta si alza con garbo, si scusa, va nell’altra stanza e parla. “Vedi – sistematico quando torna – s’è scatenato il manicomio”. Ride. Ridiamo con lui.
Sul tavolo, appuntata, c’è una frase. Si incastra alla perfezione con tutto il quadro della notizia. Ci raccontiamo un paio di vergogne cittadine a testa. “Qualcuno che faccia politica servirebbe”, conveniamo. Ragioniamo di incompiute, delle bugie dei politici, di quello che fanno e di ciò che non fanno, di soldi che girano (tanti), delle mani sulla città dell’altro ieri, di ieri, di oggi e di quelle che si fregano pensando a domani. Già domani. Forse potrebbe accadere qualcosa di altro. Qualcosa di non previsto. Come nelle grandi storie di narrativa.



















