
VITERBO – I titolari dei locali nel centro storico ne hanno le tasche piene, anzi vuote. Gli orari ristretti di apertura, decisi nel Patto per la notte, hanno alleggerito gli incassi e reso più difficile la sopravvivenza economica di diverse attività. Il mondo della movida viterbese, quello che era stato florido e bello nella prima decade del ventunesimo secolo, nell’area monumentale è ridotto ai minimi termini. L’illusione di una città universitaria anche lato divertimento per i giovani di fatto è stata tradita dalla scelta presa dalla fu amministrazione Arena.
In questi giorni c’è un grande movimento. Le associazioni di categoria hanno tentato un confronto con la nuova guida della città, che fa capo al sindaco Chiara Frontini, chiedendo fasce orarie più larghe di apertura. Hanno messo sul tavolo anche qualche proposta di buon senso. Al momento l’unico risultato è che si è riaperta la faida tra attività e parte dei residenti. Questi ultimi spingono sull’acceleratore del “giusto riposo”, da ottenere di fatto a loro modo di vedere incidendo su tanti altri destini: quello dei locali e dei giovani viterbesi e studenti. Come se oltre a una casa avessero acquistato diritti a limitare vita ed economia di un pezzo di città. Neanche fossero stati eletti o investiti di una qualche forma di potere. Della serie: ti compri una casa in centro e decidi come questa parte di città debba funzionare.
Anche loro hanno i propri legittimi bisogni di dormire e di non trovare urina sui portoni di casa. Ma siamo sicuri che la strada giusta per garantire questo sia fare chiudere le attività notturne e rubare la notte ai giovani? Su questo siamo sempre stati perplessi, anzi contrarissimi. Anche perché di problemi di urina, sicurezza e rumore ne registriamo anche in altre parti del centro dove i locali non ci sono. Gli interessati al tema possono buttare l’occhio dalle parti di San Faustino.
Comunque la situazione è tornata incandescente, con i titolari dei locali pronti a trascinare Palazzo dei Priori in tribunale, forti di una sentenza della Cassazione (che fa giurisprudenza, come insegnano in qualsiasi corso universitario di Diritto Pubblico) che ha messo nero su bianco l’illegittimità di azioni intraprese dai comuni a limitare gli orari di apertura delle attività. La Cassazione si è pronunciata nel merito sul finire del 2021, con la sentenza 6895. A sollevare la palla un barista di Ferrara, comune che aveva introdotto limiti orari e multato l’esercente per avere violato la delibera comunale. Una sorta di Patto della notte in salsa estense.
Se i locali viterbesi portassero la questione in tribunale vincerebbero, perché il diritto non è una montagna di breccia. E la legge non dorme, come la movida. Una bella grana per l’amministrazione Frontini che dovrà conciliare i diritti di chi ha un’attività e dei fruitori con il sonno dei residenti dell’area monumentale del centro storico. Pena batoste giudiziarie e pagamento delle spese di lite. Con i soldi dei viterbesi, of course.


















