
Prossima fermata, Giappone.
Uno dei clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche un libro estremamente intimo, introspettivo, dotato di atmosfere oniriche e surreali che hanno aiutato a renderlo così famoso. Esplora un mondo in ombra, il mondo dei sentimenti e della solitudine.
“Norwegian Wood” di Murakami è un’antologia dell’adolescenza, sull’eterno conflitto tra la voglia di essere parte nel mondo degli “altri” per entrare da vincitori nel mondo degli adulti e quel bisogno irrefrenabile di non perdere la propria identità, a tutti i costi. I personaggi vivono forti dubbi sulla certezza della strada da intraprendere: scelte d’amore, senso della morale, istintiva avversione per tutto ciò che risulta finto e costruito.
Decisione e indecisione. Seguire il cuore o il cervello. Sono queste le scelte dei Norwegian Wood di Murakami. Romanzo malinconico a tinte nostalgiche: malinconici sono i suoi splendidi paesaggi, i suoi personaggi e le melodie delle canzoni dei Beatles che, oltre a fare da sfondo, diventano, a tratti, protagoniste incontrastate degli eventi. Questo è vero per certi versi perché per altri Norwegian Wood è un libro provocatorio, irriverente e pronto a violare ogni tabù.
Murakami Haruki, scrisse il libro partendo dal racconto Hotaru, cioè La Lucciola, mentre si trovava a Roma, dopo un breve soggiorno in Sicilia. La sua versione finale conserva la descrizione di un “notturno con lucciola” come uno dei momenti più lirici del romanzo. L’atmosfera evanescente, la luce soffusa di quel breve momento lasceranno poi sempre più spazio a scene e vicende di un vivido realismo. I suoi personaggi sono connotati da una sincerità quasi maniacale che li spinge a confessare i dettagli più crudi e dolorosi delle loro esperienze, nella convinzione che “la libertà li renderà liberi”.
“per quanto uno possa giungere alla verità, niente può lenire la sofferenza di perdere una persona amata. Non c’è verità, forza, dolcezza che possa guarire da una sofferenza del genere. L’unica cosa che possiamo fare è superare la sofferenza attraverso la sofferenza, possibilmente cercando di trarne qualche insegnamento, pur sapendo che questo insegnamento non ci sarà di nessun aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpirà all’improvviso”.


















