Palazzo Papale, un monumento unico a braccetto con il "cadavere" dell'ex ospedale
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C'è un'immagine di Viterbo che si preferisce tagliare a metà, all'altezza del campaniletto di Santa Maria della Cella. E' lo scatto che abbraccia il monumento più bello con il suo compagno deforme e vergognoso.

In pochi hanno il coraggio di fare una fotografia d’insieme. Una di quelle che inquadra in un colpo solo il più importante monumento viterbese, palazzo papale, e quello che resta dell’ex ospedale degli Infermi. E’ di fatto un pugno in un occhio, roba cacofonica alle vibrazioni di qualsiasi retina. Eppure c’è, lo scempio c’è. Basta andare nella Valle di Faul o al parcheggio del Sacrario per consumare indigesti bocconi di questa vergogna.

Si tratta di due volumi molto simili. Uno racconta il periodo di maggiore splendore della città, l’altro una storia incredibile. La storia dell’abbandono di una struttura, metri cubi di cemento a perdersi, e del suo abbandono a un declino che ha delle venature di imbecillità. Perché l’ospedale degli Infermi, quello che i viterbesi chiamano in maniera più stringata ospedale Vecchio, è stato ridotto così. Perché è lasciato a una pesante inutilità e perché il più importante monumento della città è di fatto lasciato “zozzare” da un edificio scaricato e decadente?

Riattivare quello spazio potrebbe essere veramente importante e determinante per i destini del centro storico stesso. Ci domandiamo se l’assessore all’Urbanistica Alvaro Ricci abbia mai affrontato questa riflessione e ci permettiamo di consigliargli una importante meditazione estiva sul tema. Lo stesso facciamo con il sindaco Leonardo Michelini. Il sogno di ridare linfa al centro storico, che giustamente passa per il riportare gli uffici all’interno delle mura, non può non fare tappa oltre il ponte del duomo.

I viterbesi soffrono con vergogna il modo in cui l’ospedale Vecchio è stato trattato, scaricato per poi essere dimenticato. Se intenzione di questa amministrazione è rilanciare il capoluogo della Tuscia, se si vogliono veramente (e non solo a chiacchiere) gettare le basi di un discorso serio sul turismo da queste parti non si può ignorare quella massa di cemento che abbraccia, col suo aspetto terribile, palazzo papale. Che abbraccia il luogo di maggiore interesse della città.

 

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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