Palazzo dei Priori sta rispettando la legge Cossiga-Andreotti? Trent’anni di silenzi e alberi fantasma
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I conti che non tornano: dove sono finiti i boschi dei nostri figli?

VITERBO — C’era una volta una norma d’avanguardia: un albero per ogni neonato. A Viterbo, tra il 1992 e oggi, contiamo migliaia di bambini nati ma neanche l’ombra di un censimento o di una comunicazione alle famiglie. Interroghiamo il Comune su una promessa verde tradita da trent’anni.

Mettetevi comodi, fate un piccolo sforzo d’immaginazione e provate a chiudere gli occhi. Anzi, no, teneteli ben aperti sulla realtà di questa nostra Viterbo che, tra una polemica estiva e l’attesa febbrile per la Macchina di Santa Rosa, continua a dimenticarsi delle cose essenziali. La domanda che oggi inchioda Palazzo dei Priori alle sue responsabilità è semplice quanto brutale: ma il Comune di Viterbo, questa benedetta legge Cossiga-Andreotti, l’ha mai rispettata?

Facciamo i conti. Perché i numeri, si sa, hanno la testa dura e non guardano in faccia a nessuno, men che meno ai sindaci che si sono succeduti sulla poltrona più importante della città.

Correva l’anno 1992 quando l’Italia, con un lampo di genio civico e ambientale che avrebbe fatto scuola, varava la legge n. 113 — ribattezzata appunto Cossiga-Andreotti — imponendo ai comuni di piantare un albero per ogni nuovo nato. Un bosco diffuso, vivo, che cresce insieme ai nostri figli, capace di ricucire lo strappo tra cemento e natura. Poi, nel 2013, la norma si è fatta ancora più stringente, tagliando la testa al toro e fissando l’obbligo netto per tutti i centri sopra i 15.000 abitanti (e Viterbo, con i suoi oltre sessantamila residenti, ne fa ampiamente parte), corredandolo persino del famoso “bilancio arboreo” e dell’obbligo di avvisare le famiglie.

I conti che non tornano: dove sono finiti i boschi dei nostri figli?

Prendete carta e penna. Dal 1992 a oggi, in oltre trent’anni di storia repubblicana e municipale, nei registri anagrafici del capoluogo della Tuscia sono venuti alla luce diverse migliaia di bambini (calcolando una media costante, parliamo indicativamente di un esercito silenzioso che oscilla tra i 5.000 e i 6.000 piccoli viterbesi). Se la legge fosse stata applicata alla lettera, a quest’ora Viterbo dovrebbe custodire un bosco urbano immenso, un polmone verde piantato zolla dopo zolla in onore di ogni singola vita venuta al mondo in questo scorcio di secolo.

E se stringiamo l’obiettivo al perimetro più recente, ovvero da quel 2013 che ha imposto paletti ferrei e sanzioni morali ai comuni superiori a 15mila abitanti, il conto non cambia: centinaia e centinaia di nati anno dopo anno, per i quali la Repubblica e il Comune avrebbero dovuto mettere a dimora altrettanti alberi.

Ma la verità, quella che brucia e che fa male, è un’altra.

Trent’anni di amnesia istituzionale

C’è una domanda che possiamo estendere a chiunque legga queste righe, a ogni madre, a ogni padre, a ogni nonno di Viterbo: conoscete anche una sola famiglia, una sola, che negli ultimi trent’anni sia stata formalmente contattata dal Comune per sentirsi dire: “Questo leccio, questo acero o questo tiglio è stato piantato oggi in Strada “X” o al Parco del Bullicame in onore della nascita del vostro bambino”?

A noi, francamente, non risulta. Zero assoluto. Il vuoto pneumatico.

Nessuna lettera, nessun certificato verde, nessun albero dedicato. Quelle poche piante che spuntano qua e là nei parchi cittadini rispondono alle logiche (spesso disordinate) delle opere pubbliche o dei rattoppi d’emergenza, ma non hanno nulla a che spartire con il censimento d’amore e di civiltà pensato dalla Cossiga-Andreotti.

Una legge avveneristica, preziosissima, che avrebbe potuto e dovuto educare intere generazioni al rispetto dell’ambiente, oltre a regalarci una qualità dell’aria ben diversa da quella che respiriamo nei giorni di inversione termica. E che invece, temiamo fortemente, è rimasta lettera morta, un soprammobile burocratico bellamente ignorato da tutte le amministrazioni comunali di ogni colore politico che hanno retto Palazzo dei Priori negli ultimi trent’anni.

A Palazzo dei Priori chiediamo risposte

Ecco perché oggi la questione non può più essere derubricata a gita ecologica o a romantica utopia. Viterbo ha bisogno di risposte. Il sindaco e gli assessori competenti tirino fuori i cassetti, aprano i registri dell’ambiente, ci dicano se esiste un vero bilancio arboreo e dove siano finiti gli alberi dei nostri figli. Perché un’amministrazione che non sa piantare il futuro nei volti e nelle radici dei suoi nuovi nati è un’amministrazione che ha smesso di guardare avanti. E i cittadini, ormai, sono stanchi di raccogliere solo foglie secche. Con la campagna elettorale alle porte la questione può essere, a buona ragione, un tema caldo. Come l’ambiente intorno ai viterbesi.

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Per quindici anni la madre del grande Napoleone fu sepolta nella chiesa delle Monache Passioniste a Tarquinia.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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