
VITERBO – Palazzo dei Priori sarebbe intenzionato, salvo retromarce auspicabili, a non realizzare l’edizione 2023 di Viterbo in Fiore. Una mossa “particolare” per chi parla spesso e volentieri di sviluppo turistico della città dei papi.
Secondo quanto dichiarato dall’assessore al Marketing Territoriale Silvio Franco non ci sarebbero “né denari né i tempi giusti”. Una posizione che ha fatto cadere dalla sedia in parecchi e che è destinata a fare parecchio rumore e egemonizzare il dibattito locale dei prossimi giorni.
Intanto ci sarebbe l’intenzione di un nutrito gruppo di privati, interessati alla vitalità del centro storico, di dare vita a una manifestazione sostitutiva dal titolo ‘Viterbo in Festa’. Azione lodevole ma la politica farebbe bene a governare lo spontaneismo e incanalarlo su situazioni davvero utili al territorio. Perdere un brand consolidato come quello di San Pellegrino in Fiore o Viterbo in Fiore rischia di essere un’azione molto costosa. Perché non si spendono soldi solo quando questi vengono tirati fuori fisicamente dai “forzieri” di via Ascenzi uno ma anche quando si mandano alle ortiche realtà che un valore ce l’hanno.
Qualsiasi professore di economica insegna ai suoi studenti, e in genere anche quelli meno bravi lo ricordano, che i conti vanno fatti sempre tutti. Quanto costa perdere un’edizione di Viterbo in Fiore? Quanto costa stoppare un brand locale? Forse occorre un cambio di mentalità capace di uscire fuori dallo straprovincialismo che porta a gestire gli enti pubblici che governano il territorio come botteghe norcine, con tutto il rispetto per i norcini.


















