Ottomani sconfitti a Lepanto e "battezzati" nella Tuscia. Accadde a Montecalvello
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Quei marinai che un tempo avevano tremato sotto le cannonate di Lepanto, finirono così i loro giorni come pacifici sudditi della Tuscia, passeggiando tra i vicoli di pietra di Montecalvello, lasciando un'invisibile ma affascinante traccia d'Oriente nella storia profonda del nostro territorio.

SPECIALE  – Ci sono storie minime, sommerse dalle grandi ondate della storia con la “S” maiuscola, che sembrano uscite dalla penna di un romanziere. Una di queste unisce la sanguinosa e celeberrima battaglia di Lepanto del 1571 alla quiete della campagna viterbese, precisamente tra le mura del suggestivo Castello di Montecalvello. È la storia dei prigionieri ottomani che, strappati alle navi del Sultano, finirono per rifarsi una vita nel cuore della Tuscia, al servizio del signore locale Alessandro Monaldeschi.

Il 7 ottobre 1571 le acque di Lepanto si tingono di rosso. La Lega Santa sbaraglia la flotta dell’Impero Ottomano in uno degli scontri navali più feroci dell’età moderna. Oltre alla gloria militare e al bottino, i vincitori cristiani riportano in patria migliaia di prigionieri turchi. Molti finiscono a remare come schiavi sulle galere pontifice, altri vengono messi in vendita nei mercati di Roma o assegnati come “bottino di guerra” ai nobili che avevano finanziato o partecipato alla spedizione.

È in questo contesto che entra in gioco Alessandro Monaldeschi, esponente di uno dei rami della celebre e potente famiglia di origine orvietana, signore del castello e del feudo di Montecalvello (oggi frazione del comune di Viterbo). Monaldeschi riesce a ottenere la custodia di un gruppo di questi prigionieri ottomani.

Se nell’immaginario collettivo la condizione di un prigioniero di guerra turco in terra cristiana era fatta di catene e stenti, la realtà di Montecalvello prese una piega decisamente singolare. Alessandro Monaldeschi non cercava semplici schiavi da far marcire nelle segrete, ma braccia qualificate per far fiorire il suo feudo e artigiani per abbellire la sua dimora.

I prigionieri ottomani vennero così integrati nella vita del castello e del borgo. Vennero impiegati nella coltivazione dei campi e nella manutenzione delle vigne, portando spesso con sé tecniche agricole e di canalizzazione tipiche del mondo orientale. Tra i turchi figuravano abili carpentieri e muratori. Il loro tocco e la loro maestria contribuirono ai lavori di ristrutturazione e fortificazione che il Monaldeschi stava portando avanti nel castello proprio in quegli anni.

Col passare degli anni, la diffidenza iniziale lasciò il posto a una convivenza quotidiana. Molti di questi prigionieri, capendo che il ritorno in patria era ormai impossibile, scelsero la via dell’integrazione.

Il passo decisivo fu, inevitabilmente, quello religioso. Sotto l’ala protettrice dei Monaldeschi e l’occhio vigile delle autorità ecclesiastiche viterbesi, diversi ottomani ricevettero il battesimo, abbandonando la fede musulmana. La conversione non era solo un atto spirituale, ma un vero e proprio “passaporto” per la libertà e l’assimilazione sociale: i convertiti assumevano spesso il cognome del loro padrone (diventando a tutti gli effetti dei Monaldeschi “acquisiti” o prendendo i cognomi dei padrini di battesimo) e potevano sposare donne del luogo.

Quei marinai che un tempo avevano tremato sotto le cannonate di Lepanto, finirono così i loro giorni come pacifici sudditi della Tuscia, passeggiando tra i vicoli di pietra di Montecalvello, lasciando un’invisibile ma affascinante traccia d’Oriente nella storia profonda del nostro territorio.

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Un uomo che ha capito che tutto il successo del mondo non vale quanto la possibilità di riposare all'ombra di un castagno che hai piantato con le tue mani.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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