

ORTE – C’è un momento, alla fine dell’agosto viterbese, in cui la roccia su cui poggia Orte sembra stancarsi del ventesimo secolo. Si incrina impercettibilmente, si scrolla di dosso il rombo sordo delle automobili e decide di sprofondare all’indietro, planando mollemente nel quattordicesimo secolo, là dove il tempo non aveva fretta e i giorni erano pesanti come lingotti di piombo o leggeri come piume di falco.
Dal 31 agosto al 13 settembre, la cinquantacinquesima edizione dell’Ottava de Santo Egidio non è semplicemente una festa paesana o una sfilata di costumi ben cuciti. È una crepa nel tempo. Una di quelle cose che, se ti fermi a guardarle dal ciglio del dirupo, ti fanno venire il capogiro, come quando guardi in basso e ti accorgi che la città è sospesa sul vuoto del Tevere, aggrappata a se stessa per miracolo.
Il sigillo del sette
Quest’anno la chiave della serratura arrugginita è un numero: Septem. Un numero tra sacro e profano, dicono i manifesti. Ma chi conosce Orte sa che i numeri, qui, non sono mai cifre astratte; sono presenze vive, quasi corporee. Sette sono le contrade — Olivola, Porcini, San Biagio, San Giovenale, San Gregorio, San Sebastiano, Sant’Angelo —, sette piccoli mondi chiusi nei loro rioni di tufo, sette fortini di orgoglio e rivalità dove il tempo non passa, si accumula.
Il Medioevo, del resto, non è mai morto da queste parti: si è solo nascosto dietro l’angolo, in attesa che qualcuno pronunciasse la formula giusta. E la formula, quest’anno, è l’interrogazione sul mistero di questo sette che torna ovunque, nei peccati, nelle virtù, nei cieli d’agosto e nelle campane che suonano a martello.
La pietra e la statua
Tutto comincia nell’aria sottile di fine estate. C’è un’anteprima, Sant’Egidio Giovani, il 28 agosto, come un battito d’ali prima del tonfo. Ma è lunedì 31 che la macchina si mette in moto per davvero, con la solenne processione del patrono. La statua del santo avanza lenta tra i vicoli stretti, là dove le case si toccano quasi col tetto, e i muri di tufo sembrano stringersi per guardare passare il corteo. Quando la processione si raccoglie nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, con la benedizione dei gonfaloni e degli arcieri, si avverte distintamente quel brivido freddo che attraversa la schiena: la sensazione che lassù qualcuno stia effettivamente contando i nostri passi, e che le frecce custodite nelle faretre non servano soltanto a fare scena.
Nei giorni successivi, Piazza della Libertà diventa il teatro di un dramma immobile e perpetuo. Si susseguono i giuramenti, gli sbandieratori che sfidano la gravità lanciando i vessilli verso il cielo plumbeo, e poi il rito del podestà e del dono dell’anello d’argento, domenica 6 settembre, che chiude il primo cerchio della giostra.
Le contrade e l’ombra delle taverne
Dal 7 al 10 settembre il paese si spezzettarà nei suoi sette frammenti. Ognuna delle contrade aprirà le porte delle sue taverne ricavate in cantine profonde, scavate nella roccia viva, dove l’odore delarrosto si mescola a quello millenario della terra umida. Lì dentro, seduti su panche di legno massiccio, ci si dimentica di chi siamo e di che anno segni il calendario digitale fuori da quelle mura. Si mangia, si beve vino corposo e si parla sottovoce, come se urlare potesse svegliare i fantasmi di Bonifacio IX che, nel lontano 1396, concesse a queste contrade le indulgenze della Porziuncola.
Poi, l’epilogo. Domenica 13 settembre. Il grande Corteo Storico, i figuranti in abiti trecenteschi che sembrano usciti da un affresco di Giotto scrostato dall’umidità, e il Palio degli Arcieri in Piazza della Libertà. Gli archi di legno di tipo medievale si tendono, il silenzio in piazza si fa così fitto che si potrebbe udire il volo di un calabrone, e le frecce partono verso il bersaglio. Chi vince si porta a casa l’anello d’argento; chi perde, la consapevolezza di aver fatto parte, per qualche ora, di qualcosa di più grande e misterioso della propria stessa vita.
Intorno, il mercato de Lo Chiostro de lo Gusto offre spezie e dolcezze, mentre le conferenze e la mostra diffusa “Luci ed ombre nel Medioevo” ricordano che quel mondo non era fatto solo di fiabe e banchetti, ma di ombre profonde, di fedi granitiche e di paure ancestrali. E in questo 2026 in cui l’Italia intera ricorda gli ottocento anni dalla morte di San Francesco, anche Orte accende la sua piccola candela nel vento.
Quando la sera del 13 settembre il Gruppo Sbandieratori saluterà il pubblico per l’ultima volta, le luci si spegneranno e la magia svanirà. Le contrade torneranno a essere semplici quartieri, i figuranti rimetteranno i jeans e le scarpe da ginnastica. Ma chi sarà passato per Orte in quei giorni saprà una cosa segreta: che il Medioevo non è un’epoca morta e sepolta nei libri di scuola. È lì, appostato nel buio dei vicoli, che aspetta soltanto che qualcuno torni a suonare il tamburo.


















