
INSIDE – Tutti conoscono Bomarzo per le sue creature di pietra, per quel Parco dei Mostri che incanta, spaventa e sfida la logica. Ma se vi dicessi che esiste un’altra Bomarzo, ancora più silenziosa, antica e, se possibile, ancora più potente? Esiste un mondo che sembra voler sfuggire alle mappe e ai flussi turistici. Qui si trovano la Necropoli di Santa Cecilia, protagonista di questo Inside, e la Piramide Etrusca, che scopriremo prossimamente.
Sono siti difficili da raggiungere, poco segnalati, quasi invisibili se non sai dove guardare. Ma è proprio questa loro riservatezza a renderli preziosi. Non serve essere archeologi per sentire l’energia di questa terra; io stesso vi scrivo da semplice osservatore, affidandomi solo ai miei occhi e ai racconti sussurrati dalla gente del luogo.
L’inizio del percorso: un varco nel tempo
Il sentiero verso la necropoli non è una semplice passeggiata, è un cammino enigmatico. Appena ti addentri nel bosco, lo senti: l’aria cambia, diventa più densa, carica di umidità e di attesa. Il passaggio obbligato è attraverso una tagliata etrusca: una di quelle profonde ferite inferte alla roccia millenni fa per fendere la collina. Attraversandola, si entra in una vera e propria città di pietra. Qui, le tombe antropomorfe scavate direttamente nel peperino si susseguono senza sosta, modellate per accogliere corpi che ormai sono polvere, mentre i ruderi della chiesa di Santa Cecilia vegliano su questo eterno riposo come sentinelle stanche.
Pietra, muschio e vino
In questo angolo di Tuscia la magia è una questione di consistenze. Il muschio copre ogni cosa come un delicato velluto verde, proteggendo misteri che la terra non ha ancora voluto svelare del tutto. Camminando, ci si imbatte nelle antiche pestarole: vasche scavate nella roccia che sembrano quasi altari, ma che raccontano una storia molto più terrena. Ci ricordano che, fin da epoche remote, la vita qui era scandita dalla vendemmia. Immaginate il rumore dell’uva pigiata che risuona tra queste rocce millenarie: la trasformazione del frutto in vino era un rito sacro tanto quanto la sepoltura.
La Finestraccia e il respiro della storia
Mentre il sentiero s’inerpica tra blocchi ciclopici di tufo e peperino, lo sguardo cade inevitabilmente sulla Finestraccia. Questo luogo non è solo archeologia da museo; è memoria viva, palpitante. È stata il covo sicuro per i briganti che battevano queste selve e, molto più recentemente, l’ultimo rifugio disperato per chi scappava dai rastrellamenti durante l’ultima guerra. È proprio questa incredibile mescolanza di epoche a togliere il fiato: un altare etrusco, un rifugio di guerra, una vasca per il vino.
Lo stratificarsi di generazioni distanti millenni rende la Necropoli di Santa Cecilia uno degli angoli più affascinanti e magnetici della Tuscia. È un luogo dove la storia non si legge sui libri, ma si calpesta, si tocca e, soprattutto, si respira.
© Maurizio Di Giovancarlo / Tuscia Fotografia / La Fune



















