
di Francesco Mattioli
Caro direttore,
nel 1929 Karl Mannheim, sociologo tedesco presto costretto a fuggire dalla Germania nazista, scrisse un’opera, Ideologia e utopia, mai abbastanza letta al di fuori della cerchia scientifica e intellettuale delle scienze sociali.
In questo scritto, da taluni considerato la fonte originaria della sociologia della conoscenza, Mannheim dice sostanzialmente due cose: a) che ogni rivoluzione che si afferma nella storia introduce una “utopia”, cioè un nuovo modo di vedere le cose, forzandolo necessariamente fino all’estremismo; b) che il nuovo sistema sociale con il tempo deve farsi conservativo e conservatore, se vuole mantenere il potere, e quindi sviluppa un modello che è soprattutto giustificativo di sé, fino a creare una “ideologia”.
Ad esempio, il modello liberista e liberale innovò rispetto a quello feudale, poi una volta al potere divenne conservativo di sé, fino a contrastare l’utopia rivoluzionare operaia, la quale a sua volta preso il potere trasformò l’idea di libertà in dittatura. E, a ben vedere, anche il politicamente corretto, quando tira il collo alla realtà, rischia di diventare una ideologia, anzi una sorta di religione con tanto di tribunali dove i vari Torquemada sentenziano irrevocabilmente cosa è “corretto” e cosa non lo è, irrogando le pene del caso.
Questa è una premessa che apparentemente non ha nulla a che vedere con quel che dirò nelle prossime righe, ma sarà utile alla fine.
Viviamo nell’era della grande comunicazione, dove tutti comunicano con tutti. E poter esprimere il proprio pensiero è sempre segno di libertà. Così oggi i social, ma anche i media di massa come internet, televisione, radio e giornali vari, diventano enormi contenitori di idee, di saperi. E di opinioni. Questi saperi, queste idee e queste opinioni vengono legittimati dal mezzo stesso che li divulga e li rende popolari.
Fino a ieri i sociologi dovevano difendersi non solo dai filosofi, dai quali si distinguono perché parlano sulla base di una ricerca scientifica praticata, ma anche dall’opinionista, sia esso/a giornalista, volto dello spettacolo o il coinquilino/a del piano di sopra. Ma tant’è, i sociologi parlano di cose della gente e sulle quali la gente ha costruito una propria esperienza e magari una propria saggezza, quindi sarebbe persino comprensibile che ciò avvenga. Ma il bello è che ormai in questo turbinare di saperi sono coinvolti anche quegli scienziati che una volta, indossato il camice in corsia o in laboratorio, assumevano il ruolo di oracoli e nulla poteva obiettarsi su quanto pontificavano. Così, se una volta il malato vero o immaginario cercava al massimo “un secondo parere”, oggi ne colleziona tra social e internet almeno una ventina, tra cui scegliere quello che secondo il suo istinto gli conviene di più. E l’attendibilità non è indicata dal curriculum dell’esperto, ma dal suo numero di followers, dal tono suadente alla albertolupo della sua voce, dal suo sguardo intenso o dall’argomentazione innovativa e provocatoria. Così, appresso alla sicumera dell’influencer, si può diventare terrapiattisti, raeliani, complottisti a vario titolo, rafforzando poi la propria idea attraverso le consuete pratiche selettive dell’informazione che conducono agli ormai celebri confirmation bias.
Fateci caso: chi sono gli opinionisti più seguiti? Quelli che alzano la voce, quelli che vi ammiccano dallo schermo, quelli che fanno casino nei talk show sapendo che si alza contemporaneamente lo share del programma e il valore del proprio cachet. Veri professionisti della discussione pittoresca, che fa sempre spettacolo; lascio al lettore individuare questi nostri amati leaders d’opinione. Non conta che si dica il vero, o quanto meno – per dirla con Popper – il vero fin qui convalidato: è importante provocare, creare diversivi, scenari alternativi, con la scusa che si deve dare all’ascoltatore qualcosa su cui riflettere. Un qualcosa che non sia necessariamente vero, ma sia interessante, curioso, soprattutto divisivo.
Come sorprendersi allora che sia il geologo a parlarci di cultura, il geografo a parlarci di economia, il generale a parlarci di normalità, l’architetto a parlarci di folklore, il giurista a sentenziare di meteorologia, lo scrittore di grido a parlarci di sociologia, l’informatico a trattare di psicologia, il polemista di professione ad indicarci la via dell’etica vera, il signor Rossi ad avvertirci di dove va il mondo, tutti legittimati a qualche titolo a impartire lezioni magistrali non solo di vita, ché potrebbe perfino starci, ma di nozioni sovente specialistiche, per le quali c’è gente che ha speso una vita sul campo, in laboratorio, in corsia, in biblioteca? Come sorprendersi se il politico in cerca di consenso trasversale, segue talvolta più lo showman e l’influencer che l’esperto? E come sorprendersi se persino lo scienziato, qualora voglia farsi ascoltare anche fuori del consesso ristretto della sua disciplina, deve assumere i comportamenti mediatici, il linguaggio e i toni dell’opinionista e del saltimbanco da tastiera?
Ecco, torniamo a Mannheim: quando vince la democrazia, che è sì partecipazione corale alla vita della società, occorre tuttavia evitare che si cada nella notte hegeliana dove tutte le vacche sono nere, tutte le opinioni sono valide, dove emerge solo chi parla con voce più alta o meglio intonata e questo suo sapere esibito diviene la norma. La democrazia non è la banalizzazione del sapere; vissuta così, dove tutti dicono tutto e vince chi grida più forte, diventa l’anticamera di una nuova dittatura.
Il rischio del XXI secolo lo ha indicato Zigmund Bauman: tutto diventa lecito, tutto diventa incerto, tutto dipende da chi soddisfa i tuoi bisogni, specie quelli che è lui stesso a suggerirti o a provocarti.


















