
VITERBO – Il nucleare torna d’attualità, prepotentemente, al centro dell’agenda politica ed economica nazionale. La notizia del giorno scuote il Paese, riaprendo scenari energetici che sembravano consegnati per sempre agli archivi della storia repubblicana dopo i referendum che ne segnarono lo stop decenni fa. Oggi si parla di nuove tecnologie, di reattori modulari di ultima generazione e della necessità di garantire al sistema industriale italiano un’energia pulita, sicura e indipendente.
Ma quando si pronuncia la parola “nucleare” a queste latitudini, la mente di ogni viterbese fa immediatamente un salto indietro nel tempo, riaprendo un capitolo monumentale, controverso e profondamente radicato nel territorio della Tuscia: la storia della centrale di Montalto di Castro.
Impossibile non ripensare a quel gigante di cemento e acciaio sorto sulla costa tirrenica, concepito negli anni Settanta e destinato a diventare uno dei poli elettronucleari più grandi d’Europa. Un’opera titanica che ha segnato un’epoca, catalizzando investimenti immensi, speranze di sviluppo ma anche le ansie, i dibattiti infuocati e la mobilitazione popolare di un’intera comunità.
Poi arrivò lo stop del 1987, il referendum che ribaltò i piani energetici della nazione e costrinse la politica a una virata storica: l’addio all’atomo e la successiva, laboriosa riconversione della struttura in un polo termoelettrico a ciclo combinato alimentato a gas (la centrale Alessandro Volta di Enel). Per anni, Montalto di Castro è rimasta il simbolo tangibile di un’Italia che aveva accarezzato il sogno dell’indipendenza atomica per poi fare marcia indietro, lasciando la Tuscia con un’eredità ingombrante e un legame viscerale con le grandi questioni energetiche del Paese.
Ora che il governo e gli esperti spingono per il ritorno all’energia nucleare pulita — puntando su impianti di nuova concezione, più piccoli, sicuri e integrati nelle reti territoriali —, la domanda sorge spontanea e rimbalza nei corridoi della politica locale e tra i cittadini: potrebbe la Tuscia tornare a ospitare un impianto nucleare?
Il territorio viterbese, da sempre generoso e strategico sul fronte della produzione energetica (dalle rinnovabili al fotovoltaico, passando per il geotermico e il vento), si trova nuovamente a un bivio. Da un lato c’è chi vede in un eventuale ritorno dell’atomo di nuova generazione un’opportunità di riscatto industriale, di investimenti tecnologici di alto profilo e di centralità strategica nel Lazio. Dall’altro, è inevitabile fare i conti con la sensibilità ambientale di una provincia che custodisce tesori paesaggistici unici, borghi d’arte, una vocazione agricola d’eccellenza e il ricordo ancora vivo delle battaglie del passato.
Se si dovesse arrivare a una mappatura nazionale per la localizzazione dei nuovi reattori, la Tuscia farà sentire la sua voce. Tra i fantasmi storici di Montalto e le sfide ultramoderne della transizione ecologica, il dibattito è appena ricominciato. E questa volta, la posta in gioco è il futuro energetico di un’intera nazione.



















