
VITERBO – “Non mi compete”. Credo che sia una della frasi, di una brevità e di una assertività senza pari, che viene più spesso pronunciata
da chi esegue un lavoro a contratto; in genere, da un dipendente pubblico preoccupato di non lavorare più di quanto non previsto o di esorbitare dalle sue mansioni.
Il che, se venisse espresso in un sistema che funziona alla perfezione, dove ogni rotella dell’ingranaggio opera in sintonia con tutte le altre, in modo da raggiungere con precisione l’obbiettivo finale, sarebbe encomiabile e garantirebbe affidabilità, efficacia ed efficienza. Non sempre lo cose stanno così; può valere per un motore, un orologio, cioè per meccanismi meccanici costruiti secondo procedure prestabilite.
Un meccanismo si può rompere, certo, ma difficilmente può agire al di là delle sue potenzialità o in sostituzione di un altro a fronte di una situazione critica, se non è costruito per questo. Nei sistemi operativi che prevedono l’opera dell’essere umano le cose stanno diversamente; essendo dotato di intelligenza, conoscenza e libero arbitrio, l’individuo che opera nel sistema può decidere di agire per riequilibrare una fase critica, un errore, per sostituirsi a un altro operatore che accusa dei problemi di efficienza.
I sistemi umani quindi sono flessibili, adattivi, perché la capacità di discernimento di chi opera al loro interno può minimizzare o superare eventuali episodi di inefficienza. Tale flessibilità tuttavia ha un punto debole; perché la capacità adattiva e responsiva dell’operatore di fronte alla minaccia o all’errore può essere insufficiente e persino peggiorare la situazione critica. In tal caso interviene un principio di precauzione: se non sai cosa fare con precisione, meglio non fare, potrebbe creare ancor più problemi, e danni.
Allora, non sempre quel “non mi compete” è segno di irresponsabilità, di indolenza e pigrizia, ma è solo un vincolo previsto nel sistema stesso, per lo più – nel caso del lavoratore– collegato all’organizzazione del lavoro, quindi ad un mansionario, quindi ad un referente giuridico-amministrativo. Tutto questo discorso, per capire meglio dove sta l’inefficienza di certe operazioni pubbliche. E’ colpa del
singolo operatore? Delle gerarchie che a vari livelli, sempre più discrezionali man mano che si sale nell’organigramma, stabiliscono mansionario e regole dell’organizzazione del lavoro, cioè del servizio pubblico da svolgere?
Ecco. Quando tu vedi un marciapiede liberato solo a metà della vegetazione infestante; quando vedi un marciapiede libero e quello dirimpetto della strada no; quando vedi l’erbaccia tagliata e lasciata seccare (invece che ritirata) sul prato di un giardino pubblico, magari servito da giochi per bambini; quando persino il luogo pittoresco che accoglie molti dei turisti appena sbarcati a Viterbo (Valle Faul) appare una landa incolta e mal trattata. Allora ti chiedi: è l’operatore che si è fermato di botto asserendo che quella gramigna venti centimetri più in là non competeva al suo decespugliatore? E’ il responsabile dei lavori che ha fissato strane procedure e strani paletti operativi? E’ il dirigente di settore, o addirittura l’assessore che si stanno dibattendo con qualcosa di più grande di loro? E perché se fai venti chilometri più a nord, per esempio a Bolsena, ti accorgi che si può amministrare il verde pubblico con cura e civiltà, non so se con rigidità o con flessibilità operativa, ma certo con gusto ed efficienza?
Se Viterbo fosse una cittadina marginale, magari tutta raccolta intorno a una sua vocazione puramente industriale, purtuttavia i suoi cittadini avrebbero diritto ad una qualità della vita che riguarda anche, certo non solo, il verde pubblico. A maggior ragione, se Viterbo intende e si vanta d’essere un polo turistico di attrazione nazionale e internazionale, non può permettersi la sciatteria in cui versano le sue strade, i suoi giardini, i suoi parchi pubblici, i suoi spazi verdi (con poche eccezioni: vedi Piazza Crispi). Gli esempi virtuosi da copiare ci sono e non occorre allontanarsi molto. E, sia chiaro: in questi casi, forma e sostanza coincidono…


















