

IL DOMENICALE / INTERVISTA IMMAGINARIA – Lorenzo Ferri è un personaggio di fantasia, costruito sulla base degli avvenimenti e dei documenti conservati dall’Archivio di Stato di Viterbo. Le sue parole non appartengono a una persona realmente esistita, ma riuniscono esperienze vissute da molti antifascisti viterbesi.
Lorenzo, dove ci troviamo?
“In quello che rimane della mia tipografia. Il soffitto ha resistito, i vetri no, una parete è lesionata e la macchina da stampa è coperta di polvere. Ho riaperto la porta questa mattina, non perché possa già lavorare, ma perché volevo rivedere il luogo nel quale, per anni, ho stampato ciò che il regime permetteva e, qualche volta, ciò che vietava”.
Quando è diventato antifascista?
“Non c’è stato un giorno preciso. All’inizio il fascismo sembrava occupare soltanto le piazze, poi è entrato nelle scuole, negli uffici, nelle associazioni e perfino nelle conversazioni familiari. Prima di parlare si guardava chi fosse presente, una battuta poteva costare il lavoro, una critica diventare una denuncia. Sono diventato antifascista quando ho capito che il regime non pretendeva soltanto obbedienza, voleva impossessarsi della coscienza”.
A Viterbo esisteva una vera opposizione?
“Esistevano persone che non si rassegnavano, ma non sempre si conoscevano tra loro. Qualcuno distribuiva volantini, altri ascoltavano Radio Londra, nascondevano un soldato sbandato, aiutavano un giovane a evitare il reclutamento, passavano una notizia senza farsi scoprire. La Resistenza non era fatta soltanto di uomini armati sulle montagne: nelle città era anche una rete fragile di piccoli rifiuti”.
Lei che cosa faceva?
“Stampavo fogli clandestini, pochi alla volta, perché una grande quantità avrebbe attirato l’attenzione. Li nascondevo tra manifesti, ricevute e partecipazioni funebri, poi altri li distribuivano. Scrivevamo che la guerra era perduta, che i tedeschi non erano alleati ma occupanti, che bisognava prepararsi a ricostruire un’Italia libera. Oggi sembrano parole normali, allora potevano portare in carcere”.
Aveva paura?
“Sempre. Chi dice di non averne avuta mente oppure non ha compreso il pericolo. Avevo paura quando accendevo la radio, quando sentivo bussare dopo il coprifuoco, quando vedevo un’uniforme fermarsi davanti alla bottega. Il coraggio non era restare tranquilli, era continuare nonostante le mani tremassero”.
Viterbo era fascista?
“Viterbo era come gran parte dell’Italia: c’erano fascisti convinti, opportunisti, persone che obbedivano per conservare il posto e altre che abbassavano la testa per proteggere la famiglia. Sarebbe comodo sostenere che tutti fossero segretamente contrari, ma non sarebbe vero. Il regime ebbe consenso, distribuì incarichi e privilegi, educò generazioni alla retorica della forza. Proprio per questo non basterà togliere le camicie nere: bisognerà liberare il modo di pensare”.
Come cambiò la città dopo l’8 settembre 1943?
“Arrivarono l’occupazione tedesca, i bandi, le minacce, la ricerca di uomini da impiegare nei lavori e il timore delle rappresaglie. Intanto mancavano viveri, la borsa nera cresceva e le notizie vere circolavano sottovoce. Eravamo stretti tra i tedeschi presenti nelle strade e gli aerei alleati sopra le nostre teste”.
Come viveva i bombardamenti compiuti da chi avrebbe dovuto liberarvi?
“Era la contraddizione più dolorosa. Aspettavamo gli Alleati, ma quando suonavano le sirene correvamo a nasconderci dalle loro bombe. Il 17 gennaio capimmo che nessun luogo era sicuro; il 26 maggio sembrò che Viterbo dovesse scomparire. Non si può chiedere a chi cerca un figlio sotto le macerie di ragionare sulle necessità militari: in quel momento esistono soltanto il dolore e la rabbia”.
Che cosa ricorda del 9 giugno, quando arrivarono gli americani?
“Non fu una festa come quelle immaginate in precedenza. C’erano persone che salutavano, bambini che cercavano cioccolata e soldati che avanzavano, ma intorno rimanevano case distrutte e famiglie in lutto. La libertà arrivò in una città che non aveva ancora finito di contare i morti”.
Che cosa chiedeva allora alla nuova Italia?
“Non vendetta, ma giustizia, libere elezioni, giornali senza censura, sindacati, scuole capaci di formare cittadini e non sudditi. Volevo che nessun uomo fosse più costretto a iscriversi a un partito per lavorare e che nessuna autorità potesse considerarsi superiore alla legge”.
Che cosa direbbe ai viterbesi di oggi?
“Di non ridurre l’antifascismo a una cerimonia annuale. Il fascismo comincia molto prima delle dittature: comincia quando la violenza diventa un linguaggio accettabile, il diverso viene indicato come nemico, l’informazione viene disprezzata e le persone rinunciano a pensare con la propria testa. La libertà non si perde tutta insieme, viene ceduta un pezzo alla volta”.


















