


VITERBO – Mai avrei immaginato di mettermi a fare l’arbitro tra l’amico Della Rocca e l’amico Pomi. Perché temo che la citazione che il direttore ha fatto del sottoscritto (“tiro in ballo a mia volta il professore Mattioli che da sociologo potrebbe darci spunti interessanti su cosa accade quando in un centro storico vengono realizzate iniziative, fossero anche popolari come lo street food”) a questo puntasse…
Dunque: diceva Feuerbach che “l’uomo è ciò che mangia”; affermazione che gli etnoantropologi si sono impegnati a verificare e ad approfondire dal momento in cui il cibo ha assunto valenze sociali, culturali, economiche, rituali, religiose, tal che oggi spesso succede che tu capisci da dove viene un tizio più dalle sue abitudini alimentari che dai suoi tratti somatici. Anche al netto della globalizzazione.
Dunque, uno street food internazionale allestito per le vie del centro ha una funzione quasi pedagogica; insegna a conoscere, attraverso il cibo, gli usi e i costumi degli altri, i loro bisogni, le loro risorse, le loro tradizioni, insomma la loro identità. E, in un mondo che sta tentando strenuamente di farci tutti uguali, apprezzare una Paella, un Chili, delle Falafel, una zuppa di Wonton, una Harira o una Moussaka ci può dire molto su quelle genti che ne fanno cibo quotidiano.
Per di più siccome ambedue i miei amici sanno benissimo che cosa è il provincialismo, credo che concorderanno nel ritenere che alla nostra Città, che solo da una ventina di anni si è trasformato da “ridente centro agricolo dell’Alto Lazio” (cfr. Enciclopedia Isedi, 1975) in città turistico-termale con il “ più grande centro medievale d’Europa” (cfr. Guida Michelin, 2024) un po’ di internazionalismo – anche solo a fil di bocca – non guasti…
D’altronde, se pretendiamo di far gareggiare Viterbo nella lotteria politico-culturale della designazione di capitale europea della cultura, dobbiamo concepire una strategia che colleghi la Città quanto meno all’Europa, e se la cultura non è solo musica, ballo, letteratura e arti figurative, ma si arriva alla storia, alle credenze popolari, agli usi e ai costumi, alle leggende, insomma alle “narrazioni” di un territorio, il cibo ci sta tutto nel creare il fil rouge che collega la Tuscia agli altri paesi del continente.
Detto così, l’ago della personale bilancia del sottoscritto dovrebbe pendere largamente per i ragionamenti di Pomi; ma non più di tanto. Perché su una cosa l’amico Della Rocca ha certamente ragione: che qualsiasi cosa si voglia organizzare a Viterbo, non deve essere una meteora, collegata magari ad una opportunità fuggente, o ad un sbrindellato colpo di fulmine, ma deve rappresentare il tassello e lo step di una strategia complessiva, cioè di una ”narrazione” compiuta, con una sua identità, un suo cammino, un suo fine. E, nel caso del cibo, se si vuole affiancare al cibo del mondo il fascino del cibo viterbese, non si può pensare di invitare i turisti a farsi solo una mangiata di bruschette, salumi, formaggi e nocciole della Tuscia: quello, possono farlo in qualsiasi momento da soli, organizzando un viaggetto della domenica e puntando magari ad un agriturismo rinomato.
Quel che conta, invece, è che ci siano varie occasioni programmate, presenti in un “cartellone” di alta caratura turistico-culturale, che facciano di Viterbo, e soprattutto il suo centro storico, tra appuntamenti d’arte, espressioni delle tradizioni cittadine, mostre, spettacoli, cibo locale e internazionale, esperienze termali, una “disneyland” per dodici mesi all’anno. Una disneyland?
Qualcuno esclamerà allibito e schifato. Esatto: ma non nel senso di un circo di cartone come sono le disneyland del mondo, piuttosto come un luogo dove accoglienza, attrazioni, fascino, piacere, cultura, saperi, fantasia e realtà, curiosità e sorpresa si succedono quasi in continuazione: abbiamo il settembre di S. Rosa, l’attesa del Natale, le tradizioni del Carnevale, i riti della Settimana Santa, i miti della Rinascita della Natura, i Centri storici in fiore, l’esperienza estiva del mare, dei laghi, dei boschi e della montagna, una Francigena percorsa ininterrottamente. Costa troppo alle casse del Comune organizzare un programma unitario e di valore su tutto ciò? Sono certo che l’imprenditoria privata, locale, nazionale – e forse internazionale – non si tirerebbe indietro.
La chiave di volta, a mio avviso, è rappresentata dalla competenza e dalla professionalità, nemiche giurate del dilettantismo, dell’improvvisazione e soprattutto della presunzione (i.e. del provincialismo).



















