
di Francesco Mattioli
Vorrei dare piena ragione alla dott.ssa Mazzarelli, quando invita a ricordare l’incanto dell’attesa per i doni di Babbo Natale, per la curiosità di quel bicchiere di latte misteriosamente bevuto, per una presenza notturna solo accennata, intuita, immaginata prima di scartare i regali sotto l’Albero.
Per me, ormai attempato studioso di fenomeni sociali e culturali, vale addirittura un modello differente: poco o nulla di Babbo Natale, semmai il Bambinello, e i regali sotto l’Albero, dignitosamente messo in secondo piano rispetto al Presepe, limitati a un dolcetto o ad un paio di calzini. Perché i regali veri, i giocattoli insomma, li portava la Befana: è lì che ritrovavo il bicchiere mezzo vuoto, il mandarino sbocconcellato e, soprattutto, quelle scatole lasciate di notte davanti al Presepe, le più piccole in generose calze.
Condividevo insomma i doni con quelli recati dai Magi a Gesù Bambino. Perché il Natale allora era soprattutto la festa cristiana dell’Avvento, e non una kermesse sostanzialmente laica e consumistica di origine nordica come è oggi. La magia non ha bisogno di travestimenti, sentenzia la dott.ssa Mazzarelli; è vero, la magia vola nell’aria dopo la trasognata attesa dell’alba.
Per i travestimenti, c’è Carnevale. Ma non è più neppure così che va il mondo: per i travestimenti c’è già stato Halloween, con tutti i suoi rituali, dall’horror al “dolcetto o scherzetto”.
Nel mondo mediatico e consumistico in cui siamo immersi, volenti o nolenti, i bambini già a tre anni assorbono totalmente la figura e il ruolo di un Babbo Natale, che vedono in ogni dove per un mese di fila: nelle vetrine dei negozi, sugli scaffali dei supermercati, arrampicati sui balconi dei palazzi, ciondolanti lungo le vie del centro; e lo associano ai doni, alla festa, all’attesa sotto l’Albero di casa, sempre più colorato, luminoso e intrigante.
E lo stesso vale per lo scheletro che balla o per lo zombie falso-sanguinolento che gli ride di buonumore dalle immagini ridondanti del consumismo di massa. Nessun bambino in realtà si spaventa per quei “mostri”, anzi arde dal desiderio di assumerne i tratti per “spaventare” quegli stupidotti degli adulti…
I media, i social, a cui ormai si accede già tra i cinque e i sei anni d’età, fanno il resto. Loro sanno benissimo che è tutto un rito, un gioco, e ci stanno volentieri. Molti, specie i più piccoli, pensano che Babbo Natale esista veramente e che tutti quei “babbi” per le vie lo rappresentino in qualche modo; il mito non ne esce scalfito, anzi…
Certo, ci sarà anche il bambino che scoppierà a piangere tra le braccia del nonno camuffato presso il caminetto o in quelle dell’estraneo seduto sul trono in qualche villaggio natalizio, ma la stragrande maggioranza dei bambini resterebbe delusa se non potesse godere di quell’entusiasmante esperienza.
Teniamo ben presente la fila di bambini trepidanti in attesa di farsi fotografare sulle ginocchia di Babbo Natale e fra le sue renne di peluche, o nel gruppo di finti mostri che ad Halloween ridono sguaiatamente fra le croci di un falso cimitero ricavato in un angolo del centro commerciale.
Anzi, forse sarebbe addirittura traumatico se, parlando con amici e compagni dei momenti clou del Natale o di Halloween, certi bambini si rendessero conto che i genitori li hanno pedagogicamente esclusi da quegli irresistibili, seppur ripetitivi, istanti di magia.
“E’ il consumo della festa, bellezza”, verrebbe da commentare, parafrasando l’Humphrey Bogart del vecchio film “L’ultima minaccia”… Così, contrappongo alla foto del bambino che piange al cospetto di Babbo Natale, quella del bambino che se la gode dandogli addirittura il cinque….


















