Comitato San Pellegrino: “Non accettiamo l’equazione San Pellegrino uguale movida”
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VITERBO - Maria Elena Pierini del comitato di quartiere: "Ridicolo pensare che il “77” rappresenti un bastione per il centro storico, vero bastione sono i residenti e l'obiettivo è riportarceli"

VITERBO – Maria Elena Pierini, del Comitato San Pellegrino interviene sul tema della movida nel quartiere medievale e sulla ripartenza dopo il lockdown.

“Comprendiamo le gravi difficoltà che hanno investito il mondo del lavoro nel nostro paese così tragicamente colpito dalla pandemia ed esprimiamo la nostra solidarietà a tutti quelli che faticano nel momento della “ripartenza”.

Comprendiamo anche la solidarietà nei confronti di gestori di pub e bar, che hanno sofferto per il lockdown (ma certamente in misura non maggiore rispetto a molti altri imprenditori), questo non giustifica una analisi dello sviluppo, o piuttosto del mancato sviluppo, del centro storico viterbese falsata da una visione del tutto parziale, decisamente semplicistica del problema.

Secondo lui, senza i locali notturni e la movida San Pellegrino sarebbe stata “solo un’idea”. Ma San Pellegrino è una realtà. E’ una realtà viva da 700 anni, con il suo impianto urbanistico rimasto immutato, con i profferli e le torri a ricordarci un passato importante, che ha lasciato tracce significative nella storia religiosa e civile del nostro paese e se finora non è stato valorizzato, nulla impedisce che le cose possano cambiare e che proprio questo quartiere possa essere al centro dello sviluppo culturale della città, a sostegno di un turismo di qualità, ma  anche come stimolo per gli abitanti perché tornino a viverci.

Le cose mutano, basta volerlo, la movida è una moda, non immutabile, come tutte le mode. E la malamovida è intollerabile: San Pellegrino non può essere umiliato fino a diventare il teatro delle intemperanze di chi, senza ombra di rispetto per il luogo, va a cercare lo sballo del fine settimana, ignorando il valore delle pietre su cui talvolta orina e vomita. 

Noi del Comitato di Quartiere vediamo diversamente il futuro, non accettiamo l’equazione San Pellegrino = movida, perché, questo significherebbe sacrificare una testimonianza preziosa del nostro passato e un bene di tutta la  cittadinanza agli interessi di pochi.

Noi siamo convinti che si possano creare le condizioni per una convivenza costruttiva tra residenti, ospiti e locali, se nessuna delle parti in causa si barrica in una posizione esclusiva di difesa dei propri interessi, e se  si riesce a innalzare lo sguardo verso un modello più dinamico, ricco e variegato di compagine sociale.

Si dice che noi residenti siamo intolleranti e ostacoliamo le attività presenti nel quartiere; ma non tutti i locali sono uguali: ristoranti, bar, gelaterie, ma anche botteghe artigiane o negozi di prossimità sono perfettamente in linea con la residenzialità e con la prospettiva di uno sviluppo turistico del centro storico, mentre i locali che promuovono una malamovida, che provoca degrado e disturba residenti e ospiti, non sono accettabili in questo contesto.

Si dice in quell’articolo che pub e bar sono “l’industria che ha traghettato Viterbo da militare a turistica, da città provinciale a studentesca”. Ammesso che ciò sia vero, questo è accaduto  solo perché delle classi dirigenti con i paraocchi non hanno saputo sfruttare le numerose risorse naturalistiche e storiche della città e del suo territorio.

Basta pensare al mancato sfruttamento delle risorse termali, che pure avevano reso Viterbo una meta ambita fin dall’epoca romana e avevano dato vita nel periodo rinascimentale a ben dodici impianti termali, frequentati da papi e personaggi illustri, come Michelangelo, che trovavano nelle nostre acque il rimedio per numerosi disturbi e malattie.

Inoltre, non si può chiamare sviluppo il passaggio di Viterbo “da città militare a studentesca”; la presenza dei pub e bar non ha portato evidentemente sviluppo, se ogni giorno si lamenta il degrado e la crisi del centro storico. E’ solo cambiata la natura della “clientela” delle attività commerciali.

E purtroppo neanche la città universitaria si è del tutto strutturata: la città non è riuscita ad integrare compiutamente l’università, perché manca quella forma di reciproca stima e collaborazione tra mondo della cultura e potere che potrebbe rappresentare una grande opportunità e un  forte volano per lo sviluppo.

Se il futuro guarda soprattutto alle nuove tecnologie, alle innovazioni nel campo dell’informatica e della comunicazione, alla green economy, è proprio dall’università e dagli studenti, che lì si formano, che ci si aspetta un contributo determinante. E una città universitaria dovrebbe essere all’altezza di fornire anche offerte culturali adeguate e di varia natura agli studenti, che non siano solo l’ammucchiata per il cocktail.

Non si vuole negare la valenza sociale di bar e pub, siamo consapevoli che il settore alimentare, il cibo e le bevande, rappresentano una forma di cultura, ma non è certo questa la valorizzazione culturale che dovrebbe essere riservata a un quartiere come San Pellegrino. Ci vuole ben altro, per fare cultura che invitare due barman, promoter di marchi famosi, come fanno i gestori del “77”.

Non condividiamo nemmeno l’idea che i locali avrebbero traghettato la città da militare a turistica. Non sono i locali notturni ad attirare a Viterbo i turisti; essi vengono a Viterbo prevalentemente per le terme, per conoscere i suoi monumenti, per fare escursioni nella provincia, ricca di attrattive naturalistiche e storico-artistiche. E di giorno avrebbero piacere di sedersi  in relax al tavolo di un bar a gustare un caffè o una colazione, una birra o un gelato, godendosi lo scenario delle fontane e delle piazze, che il centro storico offre loro. Ma la notte vogliono dormire.

E comunque la città turistica è al di là da venire, nonostante l’aumento delle presenze negli ultimi anni. Per fare di Viterbo una città turistica  come ha  sottolineato il prof. Franco in occasione della elaborazione del Masterplan, occorre un’efficace “politica dell’accoglienza”: innanzi tutto una scrupolosa pulizia, la presenza di bagni pubblici efficienti, indicazioni stradali chiare e ben collocate, cestini per le cartacce ben distribuiti, possibilmente delle strade meno sconnesse, e marciapiedi percorribili con passeggini e carrozzine, parcheggi accessibili, e via di seguito.

Per finire, noi non vogliamo di certo che i locali chiudano, perché anch’essi svolgono un’attività utile e offrono un servizio alla città, ma ci sembra un po’ ridicolo pensare che il  “77” rappresenti un “bastione” per il centro storico e che tutto crollerebbe senza di loro. San Pellegrino ha ben altre risorse su cui contare.

Vero bastione sarebbero i residenti; l’obiettivo indifferibile è riportarli nel centro e questo è il momento giusto per lo sviluppo di politiche sociali atte a questo fine,  naturalmente accompagnate da una serie di azioni miranti allo sviluppo di una sana  “industria” turistica.

Il Comitato di Quartiere di San Pellegrino sollecita un dibattito aperto tra cittadini, esperti del settore urbanistico, esponenti dei vari partiti politici, sociologi, imprenditori per discutere delle problematiche qui accennate con la speranza che qualcosa si muova finalmente nella nostra città”.

 

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“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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