
“Un patetico teatrino e una vergognosa commedia”, associazioni e opposizioni varie all’attacco, mentre Michelini e i suoi non commentano. L’attacco all’amministrazione comunale guidata da Leonardo Michelini arriva non solo dall’opposizione di centrodestra in Consiglio, ma anche da sinistra, dal Comitato, dall’Unione dei sindacati di base e dal Movimento 5 Stelle. La brutta storia delle 3500 firme ignorate rimandando la decisione a quando non potrà essere presa per il Referendum consultivo sulla gestione dell’acqua pubblica ha incendiato gli animi. Decine di cittadini tra venerdì e sabato hanno affollato Palazzo dei Priori e hanno fatto sentire il fiato sul collo alla maggioranza di centrosinistra.
Un fatto mai visto a Viterbo con tale intensità, almeno negli ultimi anni e un clima da primo Conclave quando i cittadini di Viterbo scoperchiarono il tetto di Palazzo dei Papi, chiusero a chiave i cardinali, pretendendo una deliberazione.
Il Comitato promotore del Referendum Non ce la beviamo ha evidenziato l’ipocrisia di non voler decidere e di non voler deliberare. “Mostrate la faccia – ha tuonato – Non si sono presi la responsabilità di decidere, tutto ciò per evitare la vera discussione: gestione pubblica o privata?”
Il Movimento 5 Stelle invece sottolinea il sentimento di ostilità della maggioranza nei confronti della partecipazione popolare. Non solo il Referendum, infatti, “pensiamo alle consulte ad esempio: organismi collegiali gratuiti che dovrebbero coadiuvare l’amministrazione su tematiche varie e che invece vengono sistematicamente ignorate da Michelini & Co”.
Infine Rifondazione Comunista e Unione dei sindacati di base. “Se 3500 firme a qualcuno sembrano poche – scrive Luigi Telli – le vorremmo ricordare che: ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre”. “L’intenzione di affossarlo – ha scritto invece l’Usb – era chiara ma la figura è stata vile e meschina. Non hanno avuto il coraggio di dire ai cittadini che anche loro sono per la privatizzazione”
Bocche cucite invece in maggioranza, forse troppo presa a curarsi le ferite di una crisi ancora non del tutto rientrata, con almeno due dei sette dissidenti che venerdì si sono tenuti fuori di fatto dalla maggioranza, non volendoci rientrare dopo la pace imposta da Roma. Ma se il silenzio di solito è oro, in questo caso assomiglia solo a troppa arroganza.

















