
VITERBO – Sabato 4 ottobre è andato in scena al Teatro San Leonardo “Il Mulo e l’Alpino”, di Xhuliano Dule, Aleksandros Memetaj e Yoris Petrillo, incantando il piccolo pubblico presente senza eccezioni.
Dalla “nuova gestione” del San Leonardo si è sempre trovato un giorno da dedicare a Memetaj e Petrillo, tuttavia la gente ancora non sa cosa si perde quando legge i loro nomi in cartellone. Sicuramente la giornata, già politicamente impegnata, ha contribuito allo scarso numero di
spettatori, ma i pochi fortunati hanno potuto assistere a un viaggio unico nel suo genere.
Lo stile introspettivo-poetico della narrazione, portato tutto sulle spalle di Aleksandros Memetaj, ci porta in un dolce e affascinante viaggio di 80 minuti (preannunciati), in cui, con gli occhi e le orecchie di Giuseppe Beghin, veniamo trascinati da una letterina gialla sul fronte albanese nel ‘41 a combattere per una patria che per noi non farebbe lo stesso.
Un viaggio commovente in compagnia del mulo “Grappa”, come l’amata montagna di Giuseppe, e di tutti i compagni di Beghin, che nella plasticissima voce di Memetaj riassumono l’Italia intera nella verità delle sue emozioni più pure.
Una trincea che sembra una montagna e uno sgabello su cui a volte c’è decisamente bisogno di prendere fiato, più per il pubblico che per l’instancabile Memetaj, che nelle scenografie minimali di Federico Biancalani, ci porta attraverso una favola che di allegro ha sempre meno.
“Sono mesi che noi combattiamo contro uno specchio”. L’eterno paradosso della guerra e di chi combatte per una patria che anche avesse un nome e un volto, ciò non la renderebbe più umana, o più amorevole per i suoi figli. L’elasticità narrativa di poter guidare un pubblico al sincero affetto per un completo sconosciuto, neanche troppo sveglio, che sembra non riesca a far meno di raccontare, di rivivere, di morire ancora.
Un modo tutto locale di fare teatro che la città si ostina a non rivendicare, a non promuovere, a non sostenere, ignorando la montagna d’oro sulla quale dorme tutte le sere in cui a Viterbo c’è teatro. Perché eroi come Beghin, Dule, Memetaj e Petrillo, forse è meglio apprezzarli mentre sono ancora vivi.



















