







VITERBO – I giorni 27 e 28 Settembre è andato in scena “Naso e Cielo, una ruminazione italica”, per la regia e drammaturgia di Gian Maria Cervo, che ha trasformato il foyer del Teatro dell’Unione in un appuntamento decisamente inaspettato.
Il festival di drammaturgia “Quartieri dell’Arte” ha occupato il foyer del teatro di Piazza Verdi a Viterbo per quasi tutto il mese di Settembre, offrendo appuntamenti decisamente non canonici a una città che lentamente inizia ad apprezzarli.
Un pubblico denso e contenuto che per poco più di un’ora è stato trascinato nella rivoluzione turettica di Cervo, che apre in una assoluta confusione condivisa tra il pubblico e i personaggi e per i primi 5 minuti, nessuno sembra sapere cosa deve fare. Quando qualcuno cerca il bandolo e dà la parvenza di dare finalmente un ordine, la situazione cambia ulteriormente, lasciando il pubblico a fare quello che sa fare
meglio. Aspettare, guardare, impotente e partecipe lo svolgersi di un caos di migliaia di parole, che si ascoltano prima con la pelle che con le orecchie.
Il culto del disgusto, mascherato, mica tanto, ma abbastanza perché la socialità classica ci ispiri a dire “No, ma dai, ti pare”. Ma per Cervo tutto pare e tutto appare. Tutto. E parlare di trama in uno spettacolo del genere si rivela inutile, perché nella risposta alla domanda “Che ti passa per la testa?” Non c’è una trama.
Una follia che prende la scusa della provocazione di Pirandello, dalla quasi omonima opera “Dal naso al cielo”, per mettere alla prova il senso classico di giusto e abitudine nel teatro e nella vita. Il numero comico di solito è il 3, per Cervo è 21, talvolta 56, in una provocazione costante dei canoni classici della società. Il costume è quello che uno è, e se non lo è, il costume non serve.
Ma piano piano ci si abitua a tutto. Quello che faceva male ci manca, quello che ci imbarazza ci fa ridere, ma soprattutto, come Cervo ci fa (neanche troppo) gentilmente capire, il gioco delle parti ha una scacchiera più ampia di quanto crediamo, e cercare una standardizzazione nell’arte, quella è la vera presunzione.



























