
di Gianmaria Cervo
VITERBO – Un museo deve nascere dal rigore, da una riflessione profonda sul bene che vuole mostrare. Bene, allora partiamo da una domanda. Di cosa parliamo quando parliamo di Santa Rosa. Parliamo di una festa che dà identità e orgoglio ai viterbesi, certamente; ma soprattutto parliamo di un bene che ha un carattere tanto immateriale quanto materiale,sarei quasi tentato di dire più immateriale che materiale.
Cosa può fare un museo in questo caso? A mio avviso dare la sensazione dell’esperienza, provare a far rivivere esperienze passate non più ripetibili (le macchine del passato ma anche il grande senso di spettacolarità che pervade la cultura viterbese almeno dal Quattrocento se non da prima), ricostruire i processi creativi accanto agli oggetti.
Certo, il riassemblamento delle macchine passate è fondamentale e la tipologia di luogo individuata da Mattioli mi pare perfetta, ma credo che non si possa disgiungerlo dalla immaterialità della questione. Le nuove tecnologie immersive per fare vivere l’esperienza della festa concentrando tutte le sue epoche in un solo spazio oggi ci sono.
Il museo dovrebbe costituirsi come restitutore della forza del passato attraverso l’innovazione. Sarebbe un’esperienza redentiva, una lezione di rinascimento per l’intera Città. Infine, se un museo nasce dal rigore, allora un museo nasce da un atto di verità e di autenticità. Deve mostrare anche la “biancheria sporca”, i fallimenti legati all’evento. Gli incidenti, le guerre, le pandemie che l’hanno fermato in alcuni momenti storici ma soprattutto le negazioni che sono state fatte, nel passato, a grandi artisti che avrebbero potuto fare della festa quello che tutti i viterbesi da sempre desiderano: il loro orgoglio di fronte alla platea mondiale.

















