VITERBO – Il tema del Museo delle Macchine di Santa Rosa è un argomento importante in determinati ambienti della città. Ci scrive in redazione, in risposta a Il Corner del Professore, Angelo Russo, ideatore di Sinfonia d’Archi. Riportiamo integralmente il suo intervento.
Caro Giulio, questa volta, anziché aver battuto un corner, mi hai dato un bell’assist per puntualizzare alcune imprecisioni che, nonostante il tuo intervento, brillante e arguto per alcuni versi, hanno evidenziato che questa volta il Prof. (così sei conosciuto a Viterbo) ha studiato poco.
Detto questo, non posso che ringraziarti per le belle parole che hai espresso su di me sebbene mi hai dato dell’affascinante più volte, ma non del testardo. E invece lo sono. La tua tesi è chiara: il Museo delle Macchine di Santa Rosa è impossibile. Ti capisco, i numeri e la burocrazia possono scoraggiare chiunque, ma mi permetto di bacchettarti con affetto su un punto: io non mi sono limitato a sognare o a “pregare”, come dici tu.
Già nel lontano 2015, non come chi si sveglia adesso, ho organizzato un evento pubblico proprio per promuovere questa idea. Con grandi sforzi e risorse private, il 5 dicembre 2015, insieme alla Sat System, azienda viterbese della famiglia Veralli – promotrice e, insieme ad altre ditte, finanziatrice dell’evento – al costruttore Vincenzo Battaglioni, agli ingegneri Alfredo Falaschi e Cesare Filippi, ho presentato alla città di Viterbo una parte di oltre dieci metri restaurata di Sinfonia d’Archi (1991-1997), proprio per sensibilizzare sul tema del Museo delle Macchine di Santa Rosa.
L’evento, che vide in notturna l’illuminazione di questo segmento di Macchina, fu condotto da Cristina Pallotta, ha visto la partecipazione delle istituzioni locali, dei Facchini di Santa Rosa, dei Comitati delle Mini Macchine, della banda di Vejano e degli sbandieratori di Viterbo. Un’occasione importante che ha dimostrato il forte interesse della comunità verso un museo che valorizzi questa straordinaria tradizione.
Il dossier realizzato con la collaborazione di architetti, Prof. Alfredo Passeri in primis, gli ideatori (oltre me erano presenti Andreoli, Cesarini, Cappabianca e Ascenzi) costruttori e amministratori locali (Michelini, Barelli e De Alexandris) non è un libro delle fiabe, ma un lavoro concreto che giace nel cassetto del Comune. Non è stato un esercizio di retorica, ma un tentativo reale di avviare un percorso.
Dici che chi sostiene questa idea dovrebbe sedersi a un tavolo e pianificare. Fatto. Dici che servono soldi e progetti. Fatto (o almeno avviato).
Dici che non si può solo parlare. D’accordo. Ma allora chi, se non la politica e le istituzioni, dovrebbe dare una risposta?
Quanto alla tua proposta del Museo delle Mini Macchine, è un’idea interessante e merita attenzione. A Viterbo le Mini Macchine hanno una loro importanza e raccogliere la loro storia che si concretizza negli anni 60/70 – anche se alcune fonti indicano che questa tradizione potrebbe avere radici ancora più antiche, risalenti a 150 anni fa – sarebbe un bel progetto. Ma perché fermarsi lì? Se davvero si vuole rendere omaggio alla nostra tradizione, un Museo delle Mini Macchine potrebbe essere un ottimo viatico per qualcosa di più grande, a patto che non si limiti a esporre le riproduzioni, ma diventi un centro di documentazione delle grandi Macchine.
Un luogo dove i visitatori possano vedere filmati, modelli in scala, documenti storici, testimonianze e tutto ciò che racconta la straordinaria
storia del trasporto. In attesa di tempi migliori già sarebbe qualcosa.
Non dimentichiamo che dal 2013 il Trasporto della Macchina di Santa Rosa fa parte delle Grandi Macchine a Spalla riconosciute come Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO. Questo non è solo un onore, ma una responsabilità. Non possiamo permetterci di relegare questa tradizione in un angolo. Serve una visione più ampia.






















