
VITERBO – Museo delle Macchine di Santa Rosa, sul dibattito aperto dal nostro giornale interviene il sociologo Francesco Mattioli, che ringraziamo del contribuito inviato e degli spunti di riflessione forniti. Riportiamo fedelmente di seguito il suo intervento.
Gentile Redazione,
mi permetto di inviarvi alcune riflessioni sull’uso turistico della Macchina di S. Rosa.
Grazie dell’attenzione e, se del caso, dell’ospitalità
Francesco Mattioli
Ho letto con interesse le considerazioni di Roberto Pomi, sull’effettivo peso turistico della Macchina di S. Rosa e sulla opportunità di realizzare un “Museo delle Macchine di S. Rosa”.
Mi permetto di essere d’accordo a metà, e specificamente per la seconda metà del suo intervento. Cioè sono d’accordo quando osserva che è necessaria una strategia complessiva per trasformare l’attuale turista di un giorno (o di una notte) in un visitatore di più lunga presenza. Ma ho da ridire sull’idea che il Trasporto della Macchina di per sé non sia un attrattore turistico sufficiente.
Pomi osserva che “in buona sostanza non ci sono le condizioni di prodotto e di offerta tali da potere immaginare la festa di Santa Rosa come un attrattore turistico di massa. Non ci sono ora e non ci saranno mai. Neanche se venissero spesi milioni di euro in comunicazione. Anzi si avrebbero, se si riuscisse in un miracolo di marketing, probabilmente effetti disastrosi”.
Da sola, dunque, la Macchina di S. Rosa non basterebbe a far svoltare lo sviluppo turistico di Viterbo. Non ne sono sicuro.
Certo, qualsiasi evento del suo genere, dove religiosità, folklore e/o tradizione locale giocano un ruolo fondamentale, vive del coinvolgimento emotivo della popolazione, mentre per il turista prevale la ricerca della “spettacolarità”. E tuttavia, nel caso della Macchina, orchestrando sapientemente tutto il suo contorno di tradizioni, riti ed eventi collaterali (dalla processione alle minimacchine) si potrebbe creare un tipo di storytelling in grado di attrarre più profondamente il forestiero.
Eventi che coinvolgono un centro storico, che “intruppano” il pubblico in spazi limitati e che esauriscono in sé stessi fama e attrattività ce ne sono a iosa.
Il Palio di Siena alla fin fine è una stolida corsa di cavalli in tondo, entro un piazza gremita, sì, ma di accoglienza limitata (poi quelli che stanno al centro, per lo più contradaioli, vedono poco o nulla). Certo, si fa due volte all’anno, ma sempre quella è. La corsa dei tori a Pamplona è sostanzialmente un’idiozia pericolosa. Tanto per fare due esempi, noti in tutto il mondo; ma potremmo continuare con altri eventi, conosciuti e spettacolari, ma contenuti in spazi limitati, da Marostica (Scacchi) a Nola (Gigli), da Arezzo (Saracino) a Gubbio (Ceri), da Firenze (Calcio in costume) alla stessa Venezia (regata storica). Il Palio di Siena è comunque il più indicativo. Tranne i senesi, per i quali l’evento assume una lunga tradizione di conflittualità di parte, chi lo segue vede una dannata corsa di cavalli e poco importa se vince l’Oca o l’Istrice; eppure va addirittura in televisione. Come se il milanese o il napoletano si stessero a rodere le unghie davanti allo schermo per vedere se vince l’Oca…
Ogni manifestazione del folclore urbano ha limitazioni di spazio e ciò nonostante serve al turismo e richiama “spettatori”. A Viterbo si possono avviare provvedimenti virtuosi per aumentare la capienza delle tribune (nelle piazze, certo, ma magari istituzionalizzando anche un prolungamento lungo una parte di via Marconi), la più equa distribuzione dei biglietti, i servizi aggiuntivi e i pacchetti che comprendono le giornate che vanno dal 1 al 3 Settembre; si può raffinare lo storytelling dell’evento, aggiungendo altri attrattori legati alle peculiarità del Trasporto. Se il turista si sposta da Milano per tentare di vedere il Palio di Siena, a maggior ragione potrebbe essere indotto a spostarsi per ammirare la Macchina, purché si produca un strategia di marketing adeguata. Oggigiorno i forestieri che seguono il Trasporto sono tutti del circondario: Roma, Rieti, Terni, qualche toscano: di quelli che la sera poi rientrano a casa e a Viterbo spendono al massimo per una pizza e una coca cola. Entrata nel Patrimonio Unesco, la Macchina di S. Rosa, con il suo ineffabile trasporto notturno, forse ha attratto qualche forestiero più lontano, di quelli che almeno una notte in albergo la pagano.
Una cosa è certa: le strategie di marketing fanno miracoli, e ti rendono necessario il superfluo. In Toscana sono maestri in questo; sono riusciti a venderti a livello mondiale l’idea di essere la patria degli etruschi, quando le città etrusche più importanti e antiche sono nel Lazio (Cere, Tarquinia, Veio, Vulci) e in Umbria (Orvieto), e al massimo ci sono Chiusi e Cortona, ma proprio ai confini con Umbria e Lazio. Tutto il resto, da Populonia a Volterra ad Arezzo, è venuto dopo, attraverso la colonizzazione. Come dire che la patria della cultura anglosassone sarebbero gli Stati Uniti…
Il marketing riesce a vendere frigoriferi in Groenlandia. Perché i fenomeni sociali, tutti i fenomeni sociali, sono processi di costruzione di senso dettati da un sapiente uso della comunicazione.
Quindi, non mi preoccuperei se la gente si intruppa “quella sera del Tre”; ma farei in modo di creare il “bisogno” di veder passare la Macchina dal vivo, comunque e ovunque. Nel milanese e nel giapponese, nel napoletano e nel fiorentino, nel francese e nell’olandese, e magari nel senese…; che da lì scoprirebbero altri “bisogni”: di vivere la storia del Conclave, di ammirare un quartiere duecentesco e una cinta di mura quasi intatti, di godere delle Terme, di visitare una necropoli rupestre etrusca, una villa storica eccezionale, di ammirare, facendo base nel capoluogo, le bellezze dei laghi, la Faggeta vetusta o i borghi dei Monti Cimini. Ecco, su questo sono pienamente d’accordo con Pomi: un Museo delle Macchine è urgente, è parte integrante dello storytelling su Rosa, e quindi su Viterbo. Il futuro del turismo viterbese è certamente nella residenzialità, di almeno due o tre giorni; ma la Macchina può continuare ad esserne il fulcro. Basta fare il salto di qualità anche, e non solo, sul piano organizzativo.
Francesco Mattioli
già professore ordinario di Sociologia e di Sociologia della Comunicazione nell’Università “Sapienza” di Roma


















