Museo delle Macchine di Santa Rosa, in tre mesi possibile trovare il luogo e avere il progetto
Foto Francesco Mattioli
aiac_banner_02
VITERBO - Quanto ai costi, sono certo che una città che pretende di proporsi come Capitale Europea della Cultura saprebbe trovare sponsor pubblici e privati per costruire una struttura in grado di valorizzare una manifestazione cha appartiene ormai al folclore e alla cultura mondiale.

di Francesco Mattioli

Caro Giulio, no, questa volta non sono d’accordo con te, sul Museo delle Macchine di S. Rosa. Dici che non è fattibile, che costa troppo. Che bisogna guardare ai fatti e non ai sogni. Che sarebbe fattibile piuttosto un Museo delle Piccole Macchine di S. Rosa, utilizzando modellini in scala.

Ma questa volta, anche se apprezzo la tua dedizione al tema, che è parte integrante della tua dedizione alle magnifiche sorti e progressive di Viterbo, la vedo diversamente. Intanto, inseguo questa idea del Museo delle Macchine da quando ero assessore alla Cultura e al Turismo,
negli anni Novanta dell’altro secolo. E non l’ho risolto proprio per i problemi che indicavi: costava molto, e nessuno era disposto a perdere tempo e denaro per una impresa di dubbio effetto e ancor più dubbio ritorno socioeconomico.

Sono un reduce del Sessantotto. Non di quello gridato a Valle Giulia e neppure di quello delle sterili occupazioni delle aule universitarie dove gente come Ferrarotti, Gregory e Colletti ci insegnava che cosa significa pensare, anche se talvolta lo faceva con troppo baronale sussiego. Sono un reduce del sessantotto dei dibattiti e dei confronti, del “siate realisti, vogliate l’impossibile”, del mannheimiano “utopia non significa sognare invano, significa concepire e percorrere strade nuove e inusitate”.

Di conseguenza, fermarsi a ciò che “appare” come il realizzabile, spesso un ripiego fattibile rispetto ad una meta difficile, mi sembra una sconfitta annunciata, l’adattarsi ad un vivere di minima. Cosa che almeno i giovani non devono neppure pensare, anche se talvolta si corre il rischio di salire troppo in alto e di cadere dalla cima della scala, facendosi del male. Anche perché dagli anni novanta sono accadute varie cose.

Intanto si è scoperto che una città votata al mercato della cultura e del turismo deve fornirsi di una narrazione di sé ricca, potente, in grado di colpire l’attenzione, la curiosità, la voglia di scoprire, di immedesimarsi del consumatore. E la storia di S. Rosa e della Macchina a lei dedicata da quasi quattrocento anni si adatta perfettamente a questa forma di story-telling. 

In secondo luogo il Trasporto della Macchina di S. Rosa è diventato un patrimonio dell’UNESCO, quindi – qualora lo sia stato – oggi non ha più nulla della festa paesana di una volta. Lo capiscano anche certi prefetti, quando provano a porre dei ridicoli impedimenti lungo il percorso, che varrebbero per Viterbo, ma – guarda un po’ – non vengono imposti a Piazza del Campo a Siena, dove migliaia di persone stanno
intruppate al centro della piazza senza poterne uscire in alcun modo.

In terzo luogo, i pezzi delle Macchine passate rischiano di andare in malora; prova ne sia la condizione in cui si trova il pezzo di Armonia Celeste che troneggia al centro di una rotonda al Poggino e di cui si lamenta Angelo Russo. Quarto, una specie di Museo delle Piccole Macchine c’è già, sta nella sede del Sodalizio dei Facchini a S. Pellegrino; ma, a ben vedere, quei modellini non rendono l’idea, se non perché se ne può seguire la storia attraverso i filmati del loro Trasporto.

Certo, costruire un Museo delle Macchine non è facile; devi ospitare quasi una ventina di campanili alti trenta metri, renderli visibili, proteggerli con una struttura che si vedrebbe quasi da ogni angolo della Città e che dovrebbe essere facilmente accessibile al turista, non sperduto in mezzo alla campagna ma in prossimità del percorso, quindi andando ad impattare con la skyline, con il profilo della città medievale. Devo dire che in una città che ospita giganteschi silos a venti metri dalle sue mura duecentesche al Carmine, che presenta alti edifici industriali sia a via Garbini, sia a viale Baracca che a viale Trieste, che affossa la Torre di S. Biele tra alti e moderni condomini, questi dubbi potrebbero passare in cavalleria, ma non è questa la soluzione che prospetto, per non aggiungere bruttura a bruttura.

Una specifica costruzione dedicata alle Macchine di S. Rosa potrebbe essere progettata anche a partire da sottolivelli, che farebbero ergere la costruzione non per trenta metri, ma per meno di venti. Di aree idonee allo scavo, anche non lontane dal centro storico, ce ne sono a iosa; lascio agli urbanisti, agli architetti e agli imprenditori locali la selezione più idonea. Comunque, tanto per dire: vi ricordate il famoso ”Colosseo” dalle parti della Tuscanese?

Quanto ai costi, sono certo che una città che pretende di proporsi come Capitale Europea della Cultura saprebbe trovare sponsor pubblici e privati per costruire una struttura in grado di valorizzare una manifestazione cha appartiene ormai al folclore e alla cultura mondiale. Sfido chi vuole fare qualcosa a sedersi intorno ad un tavolo, con la calcolatrice, una carta topografica di Viterbo, con i rappresentanti dell’imprenditoria edile, i rappresentanti del Comune, con il Sodalizio e con gli ex progettisti e costruttori delle Macchine, con esperti di comunicazione museale e altri stakeholders interessati.

Per “fare”. Non per chiacchierare, ma per “fare”, proprio come piace all’amico Della Rocca. Sono certo che in tre mesi si avrebbero la localizzazione e il Progetto. Poi, certo, occorrerebbe sparpagliarsi alla ricerca dei fondi. C’è chi sa farlo benissimo. Intanto, invito a rivedere le ultime scene del film “L’attimo fuggente”, quando il prof. Keating (Robin Williams) incita i suoi studenti a salire sui banchi dell’aula esclamando: “Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”.

P.S.: non prendete questa mia lettera per un animoso e velleitario “armiamoci e partite”: personalmente, posso metterci solo delle idee, il resto lo devono fare i progettisti e gli amministratori…

Foto Fisioterapy Center

lafune_800 x 120
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

ance
CAMCOMRIVT-banner-web-300x150
400 Confartigianato
CNA 300x300
Onda
monastero interno
Jeep_Compass_apex_300x300_200
Fune 300x300
aiac_banner_01
lafune_300 x 600
TdP_Inalazioni
Foto Fisioterapy Center
domenicale post
Masicar300x300-optimize
POST FB 01
asvis 2