

VITERBO – Ho un conto aperto con la Filosofia. Perché il sociologo è continuamente angustiato dalla necessità di distinguersi dal filosofo, soprattutto in Italia, dove un certo Benedetto Croce aveva sentenziato che della sociologia non ce ne era bisogno, visto che di società se ne occupavano già economia, diritto e filosofia.
Max Weber, Emile Durkheim, Vilfredo Pareto, Kurt Mannheim, Talcott Parsons e, a seguire, Franco Ferrarotti non sarebbero stati d’accordo, ma in Italia Croce vale più di loro, ancora adesso.
Dalle nostre parti un Bauman, un Touraine, un Giddens, un Luhmann, un Fukuyama – gli interpreti della postmodernità – sono spesso definiti filosofi, sol perché “riflettono” sulla società. In realtà riflettono sui dati di ricerca che sia loro che altri hanno condotto sul campo. Invece i filosofi tout court raramente hanno a che vedere con l’indagine scientifica; anzi, a meno che non siano filosofi della scienza adusi a sintetizzare in un unico sguardo interpretativo gli studi condotti nelle varie discipline scientifiche, se ne tengono piuttosto lontani. Sostengono di fare un altro mestiere, sebbene sia la filosofia che la scienza abbiano a che fare con lo stesso problema: la conoscenza.
Dunque, si capisce perché come sociologo ho un conto aperto con la filosofia; perché talvolta qualcuno mescola le mie carte di identità scientifico-culturali e qualcun altro si appropria di criteri interpretativi della società che tendono ad ancorarsi più a Platone o a Cartesio che ai dati della ricerca sociologica, che è ricerca scientifica.
Una ricerca scientifica che è sempre perfezionabile, come osserva Popper, ma e anche la “miglior forma di conoscenza” a disposizione dell’Essere Umano. A che questa lunga e concettosa premessa? Sembrerà strano, ma mi serve per controbattere amichevolmente e costruttivamente le tesi di Giulio della Rocca, ancora una volta sul tema del Museo delle Macchine di S.Rosa.
Della Rocca lamenta che su Museo delle Macchine di S. Rosa si fanno solo chiacchiere e che, alla fin fine, sembra un progetto irrealizzabile. E Della Rocca ha ragione a diffidarne, se sul Museo si chiacchiera, ognuno con i suoi itinerari mentali, razionalistici o idealistici che siano; ma ha torto, se sul Museo si fanno proposte concrete. Passiamo alle proposte concrete.
Le proposte concrete hanno necessità di una premessa ideale, di una intenzione, di un bi-sogno. Notare il trattino. Ogni bisogno, nella nostra società complessa, è anche un sogno; altrimenti non saremmo usciti dal comfort della caverna per esplorare cosa c’era fuori. Dunque: il Museo delle Macchine di S. Rosa è importante per la città? La risposta è sì, anzi, più che importante è necessario e urgente, non starò a ripetere perché. Chi vuole intendere, intenda.
Allora, occorre immaginarlo nella sua struttura e nei suoi fini. Quindi occorre “progettarlo”; sono certo che cento architetti sono pronti a farlo. Tenendo conto di alcune clausole: se è un Museo, considerando cosa si intende oggi per museo, deve essere al top della sua funzione comunicativa; se contiene campanili alti quasi trenta metri, è necessario contenerne l’altezza mediante sottolivelli; se deve essere accessibile ad un pubblico anche turistico, va collocato non troppo distante dal centro, altrimenti diventa una cattedrale nel deserto; se è comunque non lontano dal centro storico e dalle mura, deve essere esteriormente un’opera d’arte, come lo è il Bosco Verticale di Milano, cento metri di altezza ad appena duemila metri dal Duomo.
Una volta progettato, occorre trovare lo spazio in cui costruirlo. Qui subentrano parametri diversi, che riguardano l’analisi dei terreni, le proprietà pubbliche e private, la possibilità di riutilizzare edifici dismessi (Viterbo ne ha a iosa), la facile raggiungibilità dell’edificio, la collaborazione di una Sovrintendenza che sia in grado di discernere la differenza tra un’accoppiata di opere d’arte e una contrapposizione distorta di edifici incompatibili fra loro.
Come dicevo, attenendomi ai fatti, e quindi tralasciando le chiacchiere da salotto buono, in tre mesi questi due steps possono essere realizzati. Sia chiaro: si può anche creare un comitato promotore, che al suo interno vanti architetti, urbanisti, geometri, artisti, stakeholders a vario titolo; ma un’impresa del genere deve avere come soggetto attivo principale l’Amministrazione Comunale.
A questo punto, subentra il problema più importante. I fondi. E questa, è una dimensione prettamente politica, perché convoca: a) una necessaria ricerca di fondi pubblici, quindi una liaison con la Regione e i Ministeri competenti; b) la conseguente disponibilità di “santi in paradiso” che in politica sono come il coraggio secondo Manzoni: se non ce l’hai, non te lo puoi dare; c) la auspicabile partecipazione privata, che si dimensiona in ragione di ciò che le istituzioni le possono concedere, sia nella gestione del Museo, sia in lecite contropartite di altro genere.
In ragione della disponibilità di fondi, il Museo delle Macchine di S. Rosa si fa o non si fa. Quindi, o si sogna in grande, oppure zitti tutti e ci vediamo alla prossima campagna elettorale, che come è noto è campagna di promesse, sebbene spesso campate in aria.
Della Rocca sostiene che un Museo delle Piccole macchine, cioè delle Minimacchine di quartiere e magari di una ricostruzione in scala 1: 3/ 1:4 delle Grandi, si può fare domani; ci sarebbe anche il luogo: l’ex Tribunale di Piazza Fontana Grande. Perché no, un senso ce l’ha eccome. Allora: pronti… via!
Sempre che quello delle Piccole Macchine non faccia da chiavistello di chiusura a tempo indeterminato per il progetto del Museo delle Macchine di S. Rosa, quelle grandi, quelle vere. Che sia cioè un buon alibi per non impegnarsi nelle opere titaniche. Perché sono le opere titaniche che fanno la differenza fra il piccolo cabotaggio alla portata di qualsiasi paesino di provincia e la città che vuole offrirsi ad uno sguardo internazionale.
La mia preoccupazione è solo questa; mai rassegnarsi a guardare giudiziosamente solo a terra o avanti a sé, occorre sempre continuare a guardare anche in alto, dove volano gli aquiloni del cambiamento e dell’innovazione.
P.S.: rileggetevi le storie della rinascita della Reggia di Venaria Reale, del Bosco Verticale di Milano o del MART di Rovereto.





















