
di Francesco Mattioli
VITERBO – Egregio Avvocato Barelli,
leggo su Tusciaweb una sua dichiarazione, in cui, a proposito dell’iniziativa di Giulio Della Rocca all’ex ospedale di Viterbo, afferma testualmente:
“Innanzitutto è un intervento che non ha nulla a che fare con la disobbedienza civile, come qualcuno ha detto. Non si può andare in giro per la città a sistemare le cose, questo spetta alle istituzioni. Altrimenti si rischia l’anarchia totale (1). Non è questo il modo di agire, e soprattutto non porta a niente” (2).
I numerini sono mie aggiunte, perché mi servono per commentare le sue dichiarazioni.
Dunque, al punto 1) le significo che sono stato io ad affermare sul quotidiano online La Fune che l’atto di Della Rocca si configura come una sorta di disobbedienza civile; aggiungo: attiva. E, le assicuro, possiedo un nome e un cognome, peraltro noto almeno nello specifico ambito culturale di discussione. Ma andiamo al punto: la disobbedienza civile. Visto che non si fida della mia, le offro tre diverse definizioni:
La disobbedienza civile è una forma di lotta politica, attuata da un singolo individuo o più spesso da un gruppo di persone, che comporta la consapevole violazione di una precisa norma di legge, considerata particolarmente ingiusta, violazione che però si svolge pubblicamente, in modo da rendere evidenti a tutti e immediatamente operative le sanzioni previste dalla legge stessa (Wikipedia)
La disobbedienza civile è una forma di lotta politica a cui possono fare ricorso i cittadini quando ritengono che l’autorità dello Stato sia andata al di là dei limiti del buon governo, e cioè dei suoi doveri istituzionali. Essa si differenzia dalle forme rivoluzionarie di opposizione perché rifiuta totalmente il ricorso a ogni tipo di violenza e si propone anzi come un modello di pratica non-violenta, che preferisce convincere gli altri (anche con l’esempio), invece di sconfiggere gli altri. (Enciclopedia Treccani).
La disobbedienza civile è la deliberata violazione della legge per un obiettivo sociale. L’obiettivo è solitamente quello di cambiare le leggi o le politiche governative. Il filosofo americano John Rawls ha definito la disobbedienza civile come “un atto pubblico, non violento, coscienzioso e comunque politico che viola la legge e di solito mira a ottenere un cambiamento nella legge o nella politica del governo. (Civil Liberties Union for Europe)
A queste citazioni più “popolari”, aggiungo il consiglio di leggersi (o se lo ha già fatto, di rileggersi meglio), in ordine strettamente alfabetico:
H. Arendt, La disobbedienza civile e altri saggi, Giuffrè
N. Bobbio, voce “Disobbedienza civile” in Dizionario di politica, a cura di N. Bobbio, N.Matteucci, G. Pasquino, Utet
L.Milani (don), L’obbedienza non è più una virtù, Quaderni di Azione nonviolenta, n. 4
J. Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli,
H.Thoreau, La disobbedienza civile, Garzanti
Quanto al punto 2, alcuni esempi storici mi convincono che la disobbedienza civile non è vero che non porti a niente, tutt’altro: basterebbe considerare, tra i tanti, gli effetti delle lotte civili di Gandhi, di M. Luther King, del movimento internazionale per la difesa dell’ambiente. E sono convinto che l’ingenuo, irriverente, discutibile, illegale gesto di Della Rocca potrà comunque avere qualche effetto, non fosse altro perché ha denunciato, a chi ancora non se ne fosse accorto, l’atteggiamento irresponsabile della Regione Lazio rispetto al problema (nella Roma giubilare si sarebbe posto immediato rimedio) e la cattiva coscienza di una classe politica viterbese d’ogni colore che, almeno nel caso in questione, ha dimostrato per anni una incuria e una superficialità disarmanti.


















