
di Francesco Mattioli
VITERBO – Non entro nel dettaglio di recenti casi di persone decedute da sole in casa; si tratta di episodi di cronaca che si sono ripetuti numerose volte. Noi rubrichiamo queste tragedie fra i “tristi episodi di cronaca”, come se fossero inevitabili accidenti della storia urbana.
Non sono tutti casi uguali. In comune hanno soltanto il fatto che si tratta di persone che vivevano sole. Ma che significa “sole”? Perché un conto è vivere sole tra quattro mura, ma avere una vita sociale che spinge a relazionarsi con altri, siano essi amici, parenti, vicini; altro è vivere soli nel senso di essere solitari, soprattutto nel senso di essere invisibili agli altri.
C’è chi muore solo in casa e nel giro di poche ore viene cercato, perché c’è qualcuno che ha un rapporto con lui e si preoccupa di non vederlo e sentirlo. E c’è chi muore in casa e nessuno se ne accorge per settimane, mesi, perché è “invisibile”.
Sugli invisibili c’è una ormai solida letteratura: saggi filosofici e psicosociologici, inchieste televisive, pieces teatrali, denunce sociali. Gli invisibili per eccellenza sono i cosiddetti barboni (o senzatetto, clohard, homeless, vagabondi) gran parte dei quali decidono di essere tali, per tante ragioni: biografiche, psichiatriche, sociali. Qualcuno frequenta i centri di assistenza, come la Caritas, per i pasti; meno spesso i dormitori pubblici, raramente le occasioni per “stare insieme” organizzate dalle parrocchie, dalle associazioni benefiche, dai centri comunali di assistenza.
In realtà vivere “da soli” non è un problema. Il problema è “vivere soli”.
Dove la solitudine è l’effetto di una società affannata, distratta, impegnata a “vivere la propria vita”, a tirare fuori la testa da quella mediocrità che oggi i media non ti perdonano. Vivere soli significa essere invisibili a chi ti vive nell’abitazione accanto, a chi ti incontra lungo la via sotto casa, a chi ti vende il pane o l’insalata, a chi governa la comunità in cui ti ritrovi.
Il fenomeno è forse comprensibile in una metropoli tentacolare e spersonalizzante, dove persino l’individuo che ha una famiglia, una cerchia di amici, un lavoro spesso si perde travolto da ritmi che dilaniano la sua personalità in una foresta di mille situazioni differenti. Ma diventa intollerabile problema del nostro tempo se accade in una piccola città, in una comunità di quartiere, dove l’individuo dovrebbe pur essere più
facilmente identificabile.
Per decenni i sociologi hanno osservato le differenze tra la comunità e la società, la prima caratterizzata da relazioni sociali dirette, personalizzate e la seconda da relazioni formali di carattere meramente organizzativo, cioè da ruoli precostituiti che vengono “riempiti” da “persone reali”. Di qui, la “personalizzazione” dei ruoli, il trasfondersi della dimensione psicologico-emotiva dell’individuo anche nei
meccanismi razionali delle procedure organizzative. Di qui la “vita di comunità di relazioni” in un sistema altrimenti complesso.
Tutto questo è stato messo a dura prova dalla globalizzazione, dalla rottura dei confini della “comunità”, paventata dai cosiddetti “critici della società di massa”, preoccupati dalla “spersonalizzazione” e dalla rarefazione dei rapporti sociali. Ad essi si è contrapposto chi invece, come Mc Luhan, ha parlato della creazione mediatica del “villaggio globale”, dove tutti sono messi in condizione di relazionarsi con vicini e
meno vicini. Chi ha ragione? Sono divergenze che sfiorano le riflessione filosofica, spesso però poco attenta ai “fatti empirici”.
La questione è un’altra. Oggi il cosiddetto diritto alla privacy ci ha resi sospettosi, autoreferenziali. Pronti ad esibire il meglio o il peggio di noi attraverso i social, pronti persino a sorbirci le peggiori critiche pur di raggranellare followers, eppure inclini a distanziarci dalle persone che ci si parano di fronte fisicamente. Siamo così cretini che pensiamo di essere violentati nella nostra privacy se c’è una telecamera di controllo appena troppo esposta ai nostri itinerari quotidiani, e poi ci esibiamo quasi come scimmie attraverso i social per gente che ci conosce solo per il nostro spesso improbabile nickname.
Aveva ragione quella pubblicità comparsa tempo fa anche sui cartelloni di Viterbo: “se non sei sui social non esisti” . E’ proprio per questo che muori e nessuno se ne accorge, finché il puzzo della tua morte non inquieta il vicino. Ma poi, sui social, esisti veramente? Qualcuno avvertirebbe la tua mancanza? Per carità, hanno anch’essi la loro utilità, non vanno assolutamente demonizzati, ma non sono tanto diversi, nel bene e nel male, dal resto del nostro mondo quotidiano.
La nostra è una vita di relazioni spesso sfuggenti, artificiali, occasionali, che non segnano la nostra memoria. Se poi qualcuno vive da solo in un quartiere del centro storico, diventato ormai un deserto demografico e una landa di precaria socialità, la probabilità di passare inosservato, di diventare invisibile aumenta a dismisura.
C’è rimedio? Non è facile rispondere a questa domanda, che pur dovrebbe essere quanto meno nelle corde di amministratori, studiosi, volontari, buoni samaritani e facitori di opere di bene. Potremmo dire, con molta ipocrisia, che siamo tutti responsabili, ciascuno per la sua piccola o grande parte; ma poi dobbiamo anche riconoscere che stiamo tutti correndo, non abbiamo tempo per fermare per un momento la corsa affannosa verso la nostra autorealizzazione, sia essa del corpo o dell’anima. C’è gente che per il proprio sé sacrifica la famiglia, i figli, le amicizie, la solidarietà, persino certi valori comuni. Figurarsi gli estranei… E sostiene anche di averne pieno diritto.
Del resto, c’è un detto che recita “Aiutatati, che Dio t’aiuta”; così ci aspettiamo che chi è solo o in difficoltà si aiuti da sé, perché noi non siamo di certo Dio…


















