Monocoltura della nocciola, la regista Alice Rohrwacher: "Un fenomeno che trasforma il bene di pochi nella maledizione di tanti". La sua lettera a Repubblica diventa virale
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VITERBO - Riportiamo il testo della regista di Lazzaro Felice, che sta diventando virale e una sorta di manifesto per chi intende contrastare il fenomeno anche per i rischi legati all'inquinamento.

VITERBO – Diffusione della nocciola nel centro Italia, sul fatto interviene dalle colonne di Repubblica la regista Alice Rohrwacher e il suo scritto diventa il manifesto di quanti vorrebbero contrastare la diffusione di quella che rischia di diventare una monocoltura. 

Lo fa da una prospettiva intelligente e per molti aspetti originale, puntando tutto su un danno del diffondersi della coltivazione della nocciola che si tende a sottovalutare: la distruzione del paesaggio di Tuscia, Maremma e della zona dell’Alfina. Questo sì un patrimonio di tutti e una potenziale ricchezza da mettere a frutto grazie alla costruzione di sviluppo turistico.

Riportiamo il testo della regista di Lazzaro Felice, che sta diventando virale e una sorta di manifesto per chi intende contrastare il fenomeno anche per i rischi legati all’inquinamento.

 

Il paesaggio trasformato

Caro direttore, voglio lanciare sul suo giornale un appello alla presidentessa della Regione Umbria, Katiuscia Marini, al presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e al presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi.

Scrivo nella speranza di trovare sia un’istituzione che abbia a cuore il proprio territorio e chi lo abita, sia una politica desiderosa e capace di pensare uno sviluppo vero e comunitario, sostenibile per tutti. Vivo e lavoro nell’altopiano dell’Alfina, tra Orvieto e il lago di Bolsena, là dove il confine tra Umbria, Lazio e Toscana è quasi invisibile, e per questo mi rivolgo ai tre governatori.

Qui ho realizzato due film, Le Meraviglie nel 2014 e Lazzaro felice nel 2018. È un territorio con cui ho un legame molto intenso, un paesaggio che porto con me come una spada fatata, come un talismano. Eppure oggi, ad appena pochi anni – o addirittura mesi – di distanza, mi sarebbe difficile immaginare tali film in questo luogo. Non qui. Che cosa è successo? Ebbene, nell’ultimo anno sono stata spesso lontana da casa per motivi legati al mio lavoro, e al mio ritorno ho assistito a quello che, senza esagerare, definirei come uno dei più drastici cambiamenti del territorio da quando sono nata: un paesaggio nuovo, del tutto trasfigurato, dove campi, siepi, alberi scompaio-no per lasciar posto a impianti di nocciole a perdita d’occhio.

Niente, sia chiaro, contro le nocciole: non credo che di per sé questa sia peggiore di altre monocolture. Ma sono sgomenta di fronte alla vastità e alla pervicacia di un fenomeno che tutto ha invaso, dal bacino del lago di Bolsena all’Affina e alla Maremma. Il cuore del paesaggio italiano si sta trasformando in una monocoltura perenne, che sta cancellando ogni cosa. Non sto parlando della somma di tanti piccoli ettari do-ve economie familiari investono per integrare i propri redditi agricoli ma di grandi multinazionali che plasma. no e trasformano interi territori. Addirittura, molti piccoli contadini e allevatori con cui mi sono confrontata durante le riprese hanno sempre più difficoltà ad accedere alla terra per svolgere le loro attività, perché tutto il suolo fertile viene venduto a caro prezzo per questa unica grande monocoltura.

Loro stessi vengono corteggiati su più fronti ad entrare a fare parte di questo processo di trasformazione con il miraggio di lauti guadagni. Sono preoccupata. Non è la preoccupazione estetica del cittadino che vuole la bella campagna per rilassarsi la domenica. Fenomeni di tale vastità non possono non avere un impatto sull’ambiente e sull’assetto socio-economico di un territorio. Mi rendo conto che è una preoccupazione difficile da condividere perché non ha l’evidenza di un ecomostro su una spiaggia, ma si tratta di una trasformazione subdola che aggredisce un equilibrio complesso e che non si può cancellare con un po’ di dinamite.

Gli esempi del degrado esistono: l’impatto di queste monocolture si è già palesato proprio nella Tuscia e nei Cimini, dove tra tanti tragici eventi l’eutrofizzazione del lago di Vico ha compromesso l’intera vita delle sue acque. Mi sembra chiaro che siamo davanti a un fenomeno che trasforma il bene di pochi nella maledizione di tanti.

Quali saranno i contraccolpi di un cambiamento così radicale del paesaggio, quali saranno le conseguenze dei trattamenti, dei fertilizzanti, dei diserbanti di una coltura così intensiva? Sono state fatte le dovute valutazioni di impatto ambientale, sulla salute pubblica, sulle preziose falde acquifere, sulle relazioni socio-economiche, sul turismo, per trasformazioni di tali vastità? Sono state coinvolte le istituzioni competenti, le Università, i comitati, la società civile per valutare se questa trasformazione sia davvero positiva per il territorio nel suo insieme? Se ritengono positivi tali cambiamenti, invito i tre presidenti a spiegarli a me e alle tante persone come me che assistono attonite a questa trasformazione. Se invece condividono le nostre preoccupazioni, agisca-no guarito prima nel riprogettare le politiche di sviluppo di un territorio che appartiene a tutti noi.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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