
IL PUNTO DI VISTA – Il corpo incorrotto della Santa. Le vicissitudini di un corpo che ha resistito in vita più di quanto non le fosse concesso dalla sua precaria morfologia. L’aver suscitato nei viterbesi un amore, un dedizione e un culto fortissimo già dall’inizio, fino a far nascere una manifestazione spettacolare di fede che si è andata rafforzando nei secoli: la indicibile “Macchina di S. Rosa”. Dovrebbe essere sufficiente a definire una “santità”.
Magari ci sarà sempre chi spiega i fatti con la temperie storica, culturale, religiosa del tempo – un duecento caratterizzato da giganti del Cristianesimo come Francesco, Chiara, Antonio da Padova, Tommaso d’Aquino, dalle lotte tra Papato e Impero, dai movimenti pauperistici che vi si pongono di traverso – che creavano nella popolazione ispirazioni, imitazioni, vocazioni e una particolare sensibilità nel valutare gli episodi della vita di persone ritenute in grazia di Dio.
Santa Rosa compì dei miracoli? Gliene sono attribuiti numerosi, talvolta “classici” come nel rimediare ad un dolore altrui (la cieca risanata), talaltra educativi (come la brocca riparata o il pane trasformato in rose), che si sono stampati nella memoria di tanti suoi concittadini quando lei era ancora in vita… Nel Cristianesimo questi miracoli non sono considerati strettamente necessari da un punto di vista teologico, ma hanno una inimitabile funzione di rafforzamento della fede nel Santo.
Nella Chiesa inoltre si dibatte se essi siano al di là delle leggi della Natura, o se siano manifestazioni della Natura a noi ancora ignote che Dio evidenzia a Suo piacimento o, ancora, se – al netto della Resurrezione di Cristo – non siano una costruzione mitica, una “narrazione” con cui i credenti rafforzano la loro devozione nel personaggio santo.
Una chiave di risposta potrebbe ritrovarsi nel passo evangelico di Matteo 17, 14-19: Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile. La fede, la determinazione, il coraggio incrollabile del Santo – la vita di Santa Rosa è tutto questo – possono creare la condizioni per una rivoluzione sociale, culturale o soltanto materiale che indirizza i credenti verso nuove strade, talvolta credute altrimenti impossibili da percorrere.
Rosa certamente interpretò e vivificò la resistenza dei viterbesi contro Federico II di Svevia proprio a cagione dell’apparente contraddizione fra la sua fragilità fisica e la sua forte determinazione, con cui superò anche la durissima esperienza dell’esilio. Al di là dei miracoli, non è possibile che la sua fede – e la sua tenacia – abbiano prodotto nell’intimo dei viterbesi una forza in grado di smuovere la montagna della minaccia imperiale? Almeno nella stessa misura del supporto materiale che i Papi – e il cardinal Capocci – offrirono alla Città, per il loro proprio interesse?
Così, anche accidentali episodi della vita della Santa – il tentativo di sottrarsi alla reprimenda di suo padre magari con l’aiuto di donne amiche; la sopportazione amichevole di uno sgarbo tra coetanee alla fontana; un ben ”altro vedere” stimolato nella cieca; ecc. – possono assumere un ruolo fondamentale nel rafforzare quel granello di senape di fede con cui smuovere le montagne della storia.
Si potrebbe chiudere con due citazioni: l’una, famosa, di Shakespeare “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”; l’altra, del vecchio contadino viterbese Sestilio, che si chiedeva se le nuvole in cielo talvolta assumessero forme per ammonirci e mandarci segnali, visto che tutto ciò che accade potrebbe essere meno casuale di quanto si creda (e mi viene da pensare alla farfalla brasiliana di Lorenz, il cui battito d’ali scatena alla fine un tornado in Texas…).


















