
IL DOMENICALE – Abbiamo imparato una nuova parola, cammino, e in pochi anni l’abbiamo trasformata in uno dei pilastri della promozione turistica della Tuscia. La Via Francigena, la Via Amerina, le varianti che attraversano i Cimini, i percorsi naturalistici, le strade bianche e i sentieri sono diventati il racconto di una provincia che vuole proporsi come alternativa al turismo veloce, un territorio da attraversare lentamente, guardando il paesaggio e fermandosi nei paesi. È una buona intuizione, forse una delle migliori su cui costruire il futuro turistico della provincia, ma proprio per questo bisogna smettere di considerare un cammino una semplice linea tracciata sopra una cartina.
Un percorso funziona quando qualcuno se ne assume la responsabilità dall’inizio alla fine, quando la segnaletica è leggibile e coerente, il fondo è controllato, le deviazioni vengono comunicate, i punti pericolosi sono conosciuti, le informazioni online corrispondono alla situazione reale, chi arriva a una tappa sa come raggiungere quella successiva e, soprattutto, se qualcosa cambia lungo il tragitto esiste qualcuno che aggiorna rapidamente le indicazioni. Non è soltanto una questione turistica: un cammino è una vera infrastruttura, diversa da una strada ma soggetta alla stessa necessità di manutenzione, continuità e affidabilità. La Regione Lazio nel giugno 2026 ha pubblicato un avviso destinato proprio a rafforzare fruibilità e percorribilità dei cammini inseriti nella rete regionale, finanziando interventi per la messa in sicurezza e l’adeguamento degli itinerari, un riconoscimento esplicito del fatto che promuovere un percorso senza mantenerlo non basta.
Il territorio viterbese ha materiale straordinario su cui lavorare. La rete regionale comprende la Via Francigena del Nord e il Cammino della Luce lungo la Via Amerina, mentre l’area del Lago di Vico propone una rete di itinerari che comprende percorsi brevi e tragitti di molte ore, collegamenti a piedi e in bicicletta, varianti della Francigena e sentieri CAI. È precisamente questa ricchezza a rendere necessario un salto di qualità. Chi viene da fuori non può conoscere la frammentazione delle competenze tra Comune, Regione, ente parco, associazioni, proprietari e soggetti che curano singoli tratti: vuole soltanto sapere se può partire, dove arriverà e cosa troverà lungo il percorso.
Dovremmo quindi introdurre un principio molto semplice: nessun cammino dovrebbe essere promosso più di quanto venga mantenuto. Ogni euro investito in comunicazione dovrebbe avere alle spalle un sistema permanente di verifica del tracciato. Sarebbe utile che almeno due volte l’anno ogni itinerario strategico venisse materialmente percorso da una squadra incaricata di controllare segnaletica, fondo, vegetazione, attraversamenti, eventuali interruzioni e servizi, pubblicando poi un rapporto facilmente consultabile. Perché basta un singolo tratto problematico per compromettere un’esperienza di molti chilometri, basta un’indicazione mancante a un bivio per trasformare il turismo lento in un esercizio di orientamento, basta una deviazione non comunicata per convincere un visitatore a non tornare.
Poi c’è un altro tema che raramente affrontiamo: non tutti coloro che vogliono vivere un cammino intendono percorrerne venti chilometri. Esiste un pubblico enorme fatto di anziani, famiglie, persone non allenate, persone con difficoltà motorie leggere che potrebbe utilizzare tratti di uno, due o tre chilometri se sapesse con precisione quali sono pianeggianti, dove si può arrivare in automobile o con un autobus, se esistono panchine, fontane o aree di sosta. Persino nella Riserva del Lago di Vico esistono itinerari ufficiali estremamente diversi, da percorsi classificati di venti minuti fino a tragitti che richiedono undici ore. Perché non utilizzare questa diversità come una risorsa, classificando chiaramente non soltanto la difficoltà escursionistica ma anche la fruibilità quotidiana?
Il futuro del turismo lento nella Tuscia potrebbe stare proprio qui: meno nuovi nomi da inventare e più cura di ciò che già possediamo, meno inaugurazioni e più manutenzione, meno dépliant e più informazioni aggiornate. Un buon sentiero non ha bisogno di grandi discorsi, deve semplicemente permettere a chi parte di arrivare dove gli era stato promesso.
La vera misura di un cammino non è quanti chilometri appaiono sulla cartina, è quanti di quei chilometri possiamo percorrere senza scoprire che tra la mappa e il territorio qualcuno ha dimenticato di occuparsi della strada.



















