
di Francesco Mattioli
Ero ancora laureando quando, all’Eur, visitando il Museo della Tradizioni Popolari su preciso consiglio (ordine) di Ida Magli, mi imbattei in un “pezzo” di Macchina di S. Rosa.
Non ne fui orgoglioso. Mi fece l’effetto di un povero cristo sciancato, quasi irriconoscibile, relegato a vivere in un sottoscala, abbandonato da tutti. Poi, nei decenni a venire, è cresciuto il dibattito sulla necessità di creare un Museo delle Macchine di S.Rosa. Un dibattito a singhiozzo: perché durava un paio di mesi, uno prima del Trasporto, uno dopo il Trasporto, con particolare enfasi nel caso della dismissione di una Macchina e il passaggio a quella nuova.
“E ora dove la mettiamo, la vecchia Macchina?” Che spesso era un capolavoro, ma che inevitabilmente era costretta ad un forzato oblio. Due tentativi sono apprezzabili. Quello del Sodalizio dei Facchini di S. Rosa, che nella loro sede hanno ospitato modellini, foto, ricordi; nel cuore di S. Pellegrino, il turista curioso o ben indirizzato avrebbe potuto quanto meno farsi una vaga idea del passato. E i manifesti/stendardo appesi sulle mura civiche a Piazzale Gramsci che richiamano l’attenzione sulla successione delle ultime Macchine, con delle belle fotografie notturne durante il Trasporto. Certo, modellini e fotografie sono solo simulacri della realtà, ma meglio di niente…
Riproponiamo la discussione. Perché un Museo? Intanto, chiamiamolo Mostra Permanente, per evitare un termine che nell’immaginario collettivo ancora si porta appresso una connotazione vagamente collezionistica. Sebbene oggi i musei, grazie alle più moderne tecnologie (vedi la realtà aumentata), siano spesso formidabili strumenti di comunicazione culturale collettiva.
Ma lasciamo perdere la forma. Il museo consentirebbe non solo di “salvare” degli importanti pezzi di storia viterbese, ma anche di mantenere viva e, soprattutto, di comunicare una tradizione folclorica, artistica e tecnologica di grande rilievo non solo per Viterbo ma per la cultura tout court. Progettato non come un magazzino aperto al pubblico, ma come uno strumento di dialogo e di comunicazione, avrebbe un enorme impatto culturale, etnoantropologico, sociale, certamente turistico; insomma, esprimerebbe tutti quei valori che l’Unesco ha riconosciuto al Trasporto della Macchina di S. Rosa.
Come farlo.
1)Le Macchine sono alte poco meno di trenta metri; se non si vogliono far vedere smontate (la Venere di Milo o una Ferrari, se smontate, non sarebbero poi così belle…), occorre progettare un cospicuo padiglione capace di oscurare un orizzonte. C’è chi non sopporta una pala eolica, figurarsi una costruzione del genere; forse riuscirebbe a farla accettare solo la fantasia estetica di Renzo Piano… Certo, si potrebbe lavorare di
scavo…
2) Se il magazzino si vuole trasformare in uno strumento di comunicazione e di attrazione, va dotato di strumenti di ultima generazione in fatto di “racconto” e di “restituzione” del significato del Trasporto (filmati, oggetti di contorno, tradizioni collaterali, realtà aumentata, interazione ecc.)
Dove farlo.
Trenta metri; o anche venti se si parte da un piano sotterraneo, pur ampio e arioso. Non puoi farlo a ridosso delle mura. Ma non puoi farlo distante dalla Città, altrimenti diventa inaccessibile non solo e non tanto ai viterbesi, ma ai turisti. In realtà la skyline della città offre già dei “mostri”, che potrebbero essere o riutilizzati, o in grado di giustificare la creazione di un altro benvoluto e utile “mostro”. Non è che noi siamo
senza peccato, a Viterbo: lasciatemi citare, seppur con moderata comprensione, almeno tre casi: il Molino Profili al Carmine; la struttura abbandonata ex Cantina Sociale a via Garbini; il Molino Medori che domina il paesaggio di Piazzale Gramsci lato Viale Trieste.
I mezzi.
Una struttura del genere è costosa. Certo, ne vale la pena; tuttavia occorre una strategia che agisca a livello quanto meno regionale e non per le vie ordinarie, ma con una procedura straordinaria. La cosa è preoccupante, perché se ci sono voluti vent’anni per completare una infrastruttura di cui beneficia mezza Italia, come la trasversale Orte-Civitavecchia, figurarsi implementare un progetto che, sì a parole è un
oggetto di alto profilo culturale, benedetto a livello internazionale, ma nell’ottica degli scambi politico-economici regionali diventerebbe un intollerabile “favore” a Viterbo. E il recente passato (aeroporto, ferrovie, discarica di Monterazzano) non mi sembra che possa offrire segnali e garanzie particolarmente incoraggianti a riguardo.


















