Matteo Giovannetti e quei pennelli che unirono Viterbo ad Avignone
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Matteo Giovannetti, il pittore viterbese che unì con la sua arte Viterbo ad Avignone. Legate all’avventura di Giovannetti in Francia anche le vite di diversi suoi aiutanti. Anche questi viterbesi, che portò con sé per impastare i colori e farsi aiutare nel lavoro presso il palazzo papale francese

 

Matteo Giovannetti, il pittore viterbese che unì con la sua arte Viterbo ad Avignone. Legate all’avventura di Giovannetti in Francia anche le vite di diversi suoi aiutanti. Anche questi viterbesi, che portò con sé per impastare i colori e farsi aiutare nel lavoro presso il palazzo papale francese. Ragione per cui, se si va a spulciare l’elenco del telefono della cittadina d’Oltralpe, non è così raro trovare cognomi viterbesi. Magari francesizzati. 

Ma torniamo a Giovannetti e alla sua storia, da una città papale all’altra. Fu allievo di un altro grande, Simone Martini, e morì proprio ad Avignone nel 1344. E’ considerato il tramite del giottismo d’impronta senese e maestro di quello stile noto come gotico internazionale.

Il pittore di Viterbo ebbe anche il merito d’inserire, nel corpo dei suoi affreschi, uno dei primi esempi di pittura profana con le scene di caccia e di pesca della cosiddetta Camera del cervo. Il cambio di registro fu applicato anche nei suoi cicli d’affreschi con le scene della Vita di San Marziale nella cappella omonima del palazzo papale, dove accanto alle scene di carattere sacro inserì degli elementi naturalistici come i tralci di vite per suggerire un pergolato che sostituirono i fondi dorati o i cieli stellati della tradizione giottesca e la riappropriazione dei modelli tardo antichi scomparsi dopo l’arrivo dello stile bizantino.

Giovannetti, oltre la Camera del cervo e la Cappella di San Marziale affrescò nel palazzo avignonese anche la Cappella di San Giovanni Battista, la Cappella di San Michele e la Sala dell’Udienza. Nella Certosa di Villenueve, sempre presso Avignone, sono rimasti gli affreschi per la cappella voluti da papa Urbano IV.

Gran parte del suo lavoro è andata perduta prevalentemente in seguito alle distruzioni causate dai soldati napoleonici. 

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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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