
VITERBO – Processo Mafia viterbese, tra le parti offese costituitesi parte civile c’è anche l’imprenditore Piero Camilli. Il pentito Sokol Dervishi in aula racconta la vicenda.
Nel 2017 Camilli avrebbe chiesto a un suo dipendente (un pregiudicato di orgini sarde) di intervenire su una famiglia di allevatori d’origine calabrese locataria di un suo terreno di cui non veniva pagato da tempo l’affitto. L’uomo, a sua volta, si sarebbe rivolto a un altro pregiudicato d’origine napoletana, il quale avrebbe contattato Giuseppe Trovato che, viste le comuni origini calabresi con i locatari del terreno, avrebbe risolto la questione facendo leva sui suoi legami personali con la ‘ndrangheta.
Secondo il pentito Sokol Dervishi, Trovato, si sarebbe recato in azienda da Camilli, provando, inutilmente, a chiedere un “ringraziamento” a Camilli, che invece si sarebbe negato.
“Questi qua mi hanno fatto del male e devono pagare”, avrebbe detto Trovato al solito Dervishi, parlando di Camilli e del figlio. Il pentito racconta i propositi di vendetta del boss:
“Gli voleva mettere le teste di animali davanti alla casa per farlo impaurire. Voleva bruciare anche la macchina. Il danno lui lo voleva fare per dispetto, non per chiedere denaro”.
Dervishi, avrebbe accompagnato Trovato a fare dei sopralluoghi, ma avendo avuto da poco una bambina, si sarebbe defilato. E alla fine non fu fatto niente.
“Nessuna tentata estorsione aggravata”, secondo il difensore Labate. “Il solo sopralluogo non è sufficiente ad integrare il tentativo punibile trattandosi di fase ideativa che anticipa la soglia di punibilità”.


















