
IL CORNER DEL PROFESSORE – Ero in viaggio con amici a Parigi. Vidi dentro un ristorante un matrimonio e mi intrufolai. Crearono una fila per baciare la sposa e ovviamente ne presi parte. Una volta baciata sulle labbra la malcapitata sono scappato. Non credo che i turisti in visita a Viterbo siano matti come me. A parti baci alle spose, non credo che faccia piacere trovarsi nel mezzo di una cosa organizzata di cui non si sa nulla.
Sono lontano e pur di sentirmi vicino alla città che tengo stretta al cuore guardo spesso sui social, i gruppi whatsapp, i giornali online. Sono troppe volte disgustato da quello che leggo: critiche, critiche, critiche.
Quelle che mi fanno ridere sono dei politici di opposizione che ieri erano in maggioranza e a loro domando sempre: ”Quando eravate voi al potere come avete risolto il problema?”. Quelle che mi fanno infuriare sono di chi non è di Viterbo e critica, oppure di Viterbo ma vive lontano e critica. Ai primi consiglio di cercare una città dove stare meglio e ai secondi consiglio di assumersi la responsabilità di criticare il luogo dove vivono.
Non sono la persona più democratica del mondo ma credo che in questo caso possa tranquillamente dir loro di non perdere l’occasione di stare zitti. I peggiori sono i pelo-uovisti. Quelli che pur di criticare cercano continuamente la pagliuzza nell’occhio altrui. Un articolo si lamentava della chiusura degli ascensori per le cene dei facchini. Ma chiudessero tutto il centro storico. Se si desse la possibilità a tutti di fare cene in strada quella sera, gruppi occasionali o organizzati, con quelli del palazzo, con i dipendenti del giorno, con gli amici, con i colleghi di ufficio, dicevo, se si desse la possibilità a tutti di fare cene in strada e chiusura rigida del traffico sarebbe la più bella delle feste.
Tornando al soggetto, gli ascensori, debbono essere chiusi con un cartello che spieghi, tutto qui. Non credo che sia nell’interesse di Viterbo che un turista arrivi a piazza san Lorenzo e non capisca cosa stia succedendo senza sapere cosa fare o dove passare. La mia versione antica, quella di mezzo secolo fa che si intrufolava nei matrimonio è una rarità non la prassi. Basta un cartello ben fatto che spieghi cosa succeda e dia alternative di fronte all’entrata del tunnel.
C’è chi critica a priori. C’è chi non vuole le macchine sotto casa ma non vuole parcheggiare lontano. C’è chi vorrebbe costringere i negozi a stare aperti e ovviamente vive di invidia per chi ha successo. C’è chi critica i pochi eventi e non prende mai parte a uno. C’è chi critica il centro storico e non ci mette piedi da anni. C’è chi critica la maggioranza e l’opposizione. Anche chi da colpa a tutti di tutto. In questo istante ho sincere simpatie per tutti i politici locali degli ultimi 50 anni: ma come si fa a governare 50.000 persone pronte sempre a criticare?
Lascio a chi più intelligente di me provare a rispondere o continuare a fare politica nella Vetus Urbs. Da uomo semplice quale sono, posso concentrarmi solo su una cosa alla volta. In gioventù era la ricerca del partner della vita adesso preferisco parlare, pensare e agire per quelle poche migliaia di viterbesi che si sono ri-inventati. Tengono aperto la domenica e le feste comandate. Provano a servire il turismo e ad anticipare sviluppi.
Hanno cambiato abitudine e pratiche. Hanno abbandonato il modello di vita dei genitori e provano a fare altro. Ovviamente si assumono rischi e impegni. Penso sempre al Professor Chiossi, Nicola Stabile e Carlo Cozzi che si sono inventati il piccolo museo degli anni 80 e continuano a servire il turismo senza aspettarsi alcunché da alcuno.
Ma anche ad Agnese della nuova sartoria a via Cavour o alle mamme di Bagnaia che fanno Halloween. Penso a chi, senza averlo mai fatto, ha deciso di aprire un ristorante o un B&B. Ripeto sono uomo semplice, mi concentro su chi crea e sospinge l’economia. Senza soldi non si fa nulla, ne cultura ne qualità della vita. Chiunque trovi modo legittimo di trattenere liquidità a Viterbo ha il mio applauso.
Di certo i commercianti o chi si dedica al turismo deve cambiare, adattarsi e inventarsi qualcosa ma noi tutti dobbiamo continuare a socializzare e vivere dei rapporti umani come i nostri padri. Cene sotto la macchina o a piazza san Lorenzo sono benvenute, ma anche da palo a palo o a via Marconi. Di questo vi posso di certo parlare: quando sono a Viterbo sono felice dei mille sorrisi e delle facce amiche. Quello è il nostro bene prezioso: vivere una buona qualità della vita in una città ancora misura d’uomo. Viterbo è la mia città, la tengo stretta al cuore.


















