
VITERBO – Metti insieme la passione per le auto; la tendenza all’associazionismo degli anni ’60, un pizzico (pizzico?) di pazzia creatrice, un mondo universitario che sembrava impermeabile agli sport motoristici: gli ingredienti c’erano tutti per ideare, sulle panchine di Piazza Crispi, una …scuderia universitaria. Per fare cosa? Bella domanda. Nessuno di noi correva, al massimo gare di regolarità (vincemmo un Rally della Tuscia nel 1966… forse anche grazie ai quiz culturali che noi studenti del classico divorammo senza difficoltà); qualcuno di noi, più benestante, faceva l’occhiolino a qualche auto sportiva, tanto per tirare a manetta su qualche salita o asserire (asserire, poi se era vero è un’altra cosa) che aveva fatto Roma-Viterbo via Cimina in 45 minuti (non c’era ancora la Cassia bis…) o Marta paese-Viterbo bivio Cassia (senza le varianti attuali) con la Giulietta spider in 12 minuti (ci provai più in là con la Beta Montecarlo 2000 di mio cugino all’alba e impiegai tredici minuti abbondanti, quindi… tutte fole).
In compenso, cominciavamo a frequentare Vallellunga, ad entusiasmarci per le Formula 3, i prototipi, le turismo Gruppo 2. Lì vedemmo la prima Giulia GTA: ma mica in pista, il primo approccio fu eccezionale. Ci dirigevamo in macchina verso l’ingresso, ben prima dell’inizio delle gare, e tutto ad un tratto vedemmo una GTA più avanti che si girava due o tre volte su sé stessa finendo poi nella cunetta. Sulla strada normale… Bell’inizio…
Noi andavamo presto a Vallelunga, perché non pagavamo in tribuna, prendevamo una stradina di campagna, poco più che un viottolo, lungo il muro di cinta del circuito, poi salivamo su un “greppo” e di lì ci appollaiavamo sul muro, proprio a ridosso dell’allora ”Curva Viterbo”, il curvone di ritorno dove finiva il rettifilo proveniente dalle tribune. Ricordo che una volta, con bandiere, indumenti da fan delle Ferrari, la
500 di Mauro Arena tutta bardata alla corsaiola ci fermò lungo la stradina un tizio, forse della vigilanza del circuito, chiedendoci: “Ma dove andate?”. Rispondemmo seri che andavamo a trovare un parente che abitava da quelle parti. Non ci avrebbe creduto neppure Pinocchio. Ma ci lasciò andare con una espressione strana, come se avesse avuto a che fare con dei dementi. Ma tant’é…
Ritorneremo con il discorso su Vallelunga tra un attimo. L’’University Racing Team. 1967… studenti universitari di primo pelo, ma già tronfi dell’esserlo. Prima ancora che avessimo fondato la Scuderia, avevamo già lo stemma, con tanto di volante sportivo, cappellino goliardico, scacchi bianchi e neri.
Prodotto della fantasia del sottoscritto e di Mauro Arena. L’atto formale di costituzione, autotassandoci per pagare il notaio, avvenne il giorno 29 aprile 1967. Il bello è che in quell’Atto non compare nessuno di noi fondatori; tutte altre persone… prestanomi che assumono le cariche di presidente e consiglieri. Come mai? Il fatto è che fino al 1975 la maggior età per sottoscrivere documenti notarili è rimasta a 21 anni…solo la patente si poteva prendere a 18 anni.. Nell’Aprile 1967, io avevo appena compiuto vent’anni, e il mio alter ego Mauro Arena non li aveva neppure compiuti!
Aderirono subito tutti i nostri amici e coetanei di Piazza Crispi. Con i primi soldini delle tessere di iscrizione ci ripagammo gli stemmi adesivi e presto circolarono per Viterbo diverse auto di famiglia e utilitarie con lo stemma della Scuderia. Se poi lo stemma cadeva su qualche auto sportiva, ne godevamo. L’unica clausola era che il socio doveva essere studente universitario, ma saltò quasi subito. I corridori viterbesi di allora, Spicciani, Patara, Fracassini ci snobbavano un po’: dicevano che eravamo dei figli di papà, senza macchina per correre e soprattutto senza saper correre. Avevano ragione; solo Massimo Natili ci trattava con tenerezza paterna, mentre Nataloni non si faceva vedere spesso a Viterbo e forse manco ci conosceva.
Eravamo velleitari, adesso lo capisco, ma allora ci offendemmo un po’ e sotto sotto meditavamo la vendetta. Il primo guaito fu alla Coppa del Cimino. Avendo pubblicato su Autosprint la nascita della Scuderia, aderirono un paio di ragazzi universitari del Sud, non ricordo se uno calabrese e uno pugliese, che si presentarono alla Coppa del Cimino sotto la bandiera dell’University Racing Team. Uno, un certo Di Somma,
aveva una 500 preparata in casa che sfiorava i 1000 cc, l’altro forse una 595, almeno credo di ricordare. Il primo fu squalificato subito alle verifiche e spedito tra i prototipi senza tante discussioni, l ‘altro mi sembra che ruppe in prova. Ma chissenefrega; come rappresentanti di una Scuderia iscritta, alcuni di noi ebbero dall’Aci l’incarico di fare i commissari di percorso (in realtà ci avevano dato un bandiera gialla per segnalare eventuali incidenti, auto ferme, olio sull’asfalto, ecc.).
Questo ci dava la possibilità di seguire la gara a bordo strada senza tante storie con le forze dell’ordine. Ricordo che poco prima del curvone della Cantoniera dell’ottavo chilometro, la 595 Giannini di Liliana si bloccò proprio davanti a me, e dovemmo spostare la macchina, segnalando contemporaneamente il pericolo a quelli che intanto sopraggiungevano. Liliana tutto sommato non era un gran che, ma era una pilota donna e a noi sembrava una dea della guerra, con quel casco sui capelli lunghi…
Il top lo toccammo più avanti, quando Massimo Natili, che ci seguiva con curiosità e divertimento, ci concesse di correre sotto i nostri colori (non era universitario, ma era già campione italiano…) a Vallelunga, con una Giulia GTA. Ricordo di colore bianco; la tappezzammo di stemmi dell’University Racing Team. Tutto ciò ci catapultò automaticamente nei box (nei box!!!) durante le prove della corsa. Ricordo che l’avversario più pericoloso era un pilota di una scuderia di Latina e i suoi assistenti ci sbeffeggiavano un po’ perché eravamo ragazzi e del tutto sprovveduti; poi in realtà i box non erano veri e propri box, ma solo degli spazi aperti vicino all’ultima curva prima dell’arrivo.
Massimo non vinse, ebbe un guasto quando era in testa, ma sentimmo l’altoparlante più volte scandire il suo nome e il nome della nostra Scuderia… ci bastava e ci avanzava. Furono gli ultimi fuochi. L’insuccesso dei nostri due soli concorrenti universitari alla Coppa del Cimino, il
velato ostruzionismo del mondo motoristico viterbese; l’incapacità nostra di fare il salto “sportivo” verso le corse sia in salita che in pista; la fine delle regolarità nel Viterbese a favore di impegnativi, costosi e pericolosi rallyes; gli affari di cuore che ci impegnavano più delle automobili; le vicende personali di ciascuno di noi; gli esami universitari…
Così la Scuderia si perse, si chiuse in sordina. Ma io, Mauro Arena e qualche altro idealista conservammo gli adesivi e li piazzavamo regolarmente sulle auto di casa. Se qualcuno ce li chiedeva, controllavamo dove andassero ad appiccicarsi: una berlina di famiglia no, una
Spider o un Coupé, sì. Da stronzetti, se mi si consente, perché io per esempio uno lo appiccicai sulla mia 127 Special (ma arancione, colore allora considerato sportivo: lo avevano le 131 Abarth in molte gare). La RAI, ormai a colori, cominciò a raccontarci di Lauda e di Villeneuve, di Monaco, Monza e Le Mans… ci trasformammo in telespettatori.


















