
BOSTON – C’è un bagnorese nella prima linea della ricerca scientifica internazionale sul Covid-19. Proprio lì dove si procede senza tregua per trovare farmaci e il tanto atteso vaccino. Si chiama Matteo Gentili, classe 1986. Il laboratorio di Boston in cui lavora fa parte di un consorzio di più di 80 centri, tutti impegnati a studiare il virus SARS-CoV-2 sotto vari aspetti.
L’obiettivo è cercare di capire la biologia di base dell’infezione e dello sviluppo della patologia Covid-19, ma anche di sviluppare terapeutici e vaccini. Questa eccellenza italiana ricopre una posizione da PostDoc nel laboratorio di Nir Hacohen, al Broad Institute di MIT e Harvard.
E’ entrato con l’obiettivo di occuparsi della risposta immunitaria innata, esplorando un pathway molecolare che è importante per rispondere a patogeni come virus e batteri, ma anche sorprendentemente nella risposta immunitaria contro tumori e nello sviluppo di senescenza. “Ultimamente però ho accantonato il mio progetto principale per
focalizzarmi sullo sviluppo di terapeutici che possano bloccare l’entrata di SARS-CoV-2 nelle cellule target nei polmoni”, ci racconta.
Cosa la comunità scientifica internazionale ha capito di questo virus?
“La comunità scientifica sta progredendo in maniera velocissima. Ogni giorno ci sono molti articoli scientifici che vengono pubblicati sull’argomento. La velocità con cui vengono prodotti studi scientifici in questi giorni è senza precedenti ed è fantastico lavorare in questo clima di comunità espansa, in cui tutti si focalizzano su un problema
comune da risolvere.
Abbiamo sequenziato, e continuiamo a sequenziare, il genoma in tempi record. Inoltre abbiamo anche risolto la struttura della proteina virale che adorna il virus come se fosse una corona, da cui il nome coronavirus, chiamata Spike.
La Spike è una proteina importante per due motivi, in primis per lo sviluppo di un vaccino. Abbiamo dei dati da studi sul cugino di SARS-CoV-2, il virus della SARS del 2003, che sembrano indicare la Spike come la proteina da usare per garantire il successo di un vaccino. In secondo luogo perché media l’entrata del virus nelle cellule target e può
essere quindi sfruttata per lo sviluppo di terapeutici che bloccano l’entrata virale e fermano l’infezione.
Quello che resta un mistero per ora è come il virus induca una differente risposta immunitaria nelle differenti fasce di età, e quindi perché soggetti over 50 sono più proni a sviluppare una forma più grave e complicata di Covid-19. È una domanda che trovo molto affascinante, data la mia formazione da immunologo/virologo, e che spero di poter
riuscire a studiare nei prossimi mesi”.
Che tempi sono previsti per un vaccino?
“Lo sviluppo di un vaccino purtroppo richiede tempo. E’ prevista all’inizio una fase pre-clinica, in cui si vanno a studiare efficacia e sicurezza dei candidati vaccini in modelli animali. Se i dati sembrano promettenti, si passa quindi alla sperimentazione clinica su soggetti umani che si svolge in tre fasi.
Nella fase uno si va a valutare la sicurezza del vaccino in un piccolo gruppo di soggetti umani. Una volta stabilità la sicurezza, si passa alla fase due che è volta a stabilire l’efficacia del vaccino. Se il vaccino si rivela sicuro ed efficace su un iniziale gruppo di soggetti umani, si passa quindi alla fase tre, volta a determinare sicurezza ed efficacia in un campione più ampio. Soltanto allora il vaccino può entrare in terapia.
Questo processo richiede normalmente anni. Dal momento che siamo in regime di emergenza, il processo verrà però accelerato dalle autorità competenti. Realisticamente però, non possiamo aspettarci un vaccino pronto per distribuzione di massa prima di 12-18 mesi.
In parallelo al vaccino, si stanno cercando di sviluppare anche dei farmaci terapeutici che vanno ad agire su diversi passaggi del ciclo di infezione virale, volti quindi a bloccare la propagazione del virus. Personalmente mi sto occupando di questo aspetto. In collaborazione con un altro laboratorio, stiamo testando dei potenziali farmaci che vanno a bloccare l’interazione della Spike con le cellule target con un sistema high-throughput che ho messo a punto personalmente.
Questi farmaci, se efficaci, bloccherebbero di fatto il virus alla porta d’entrata, impedendogli di infettare le nostre cellule e di conseguenza di propagare l’infezione. Lo sviluppo di farmaci terapeutici richiede tempistiche minori rispetto allo sviluppo di un vaccino, soprattutto se si tratta di un farmaco già approvato e usato in terapia per altre
patologie”.
Come funziona la sua giornata?
“La mia giornata è solitamente occupata da esperimenti e meeting. Diciamo che sono in laboratorio di solito dieci ore al giorno, di cui la maggior parte sono passate al bancone a fare esperimenti. Per coordinare il lavoro, considerate le regole di social distancing, ultimamente ci sono anche tanti meeting tramite Zoom o similari”.


















